martedì 15 giugno 2010

Indietro di 40 anni tutto in nome della produttività (di Pippo Civati e Ernesto Ruffini, da l'Unità)

Sembra che l’Italia stia facendo di tutto per spostare le lancette dell’orologio indietro di una quarantina d’anni.E così ci troviamo di slancio in un’epoca precedente al 1970, quando un Parlamento incalzato dai sindacati fu portato ad approvare lo Statuto dei lavoratori. Ma non ci basta, no: rischiamo di scivolare ancora più indietro, quando durante un altro Ventennio, il codice penale considerava lo sciopero come un reato, come un crimine verso l’azienda e verso il Paese.
Con l’avvento della Repubblica democratica fondata sul lavoro, i Costituenti si resero conto che, «se è vero che lo Stato è chiamato a tutelare il lavoro, con ciò non si esclude che anche la classe lavoratrice possa tutelare essa pure direttamente il lavoro » (Ghidini). Tutti i Costituenti, e non solo quelli che militavano nel Pci, ritennero «urgente ed indispensabile che una legge» riconoscesse «il diritto di sciopero dei lavoratori, abrogando i divieti fascisti in materia » (Fanfani) e vollero affermare come diritto «quello che il fascismo definiva a torto delitto» (Merlin). Perché il diritto di sciopero «non è altro che la logica derivazione del diritto alla legittima difesa, non è che una triste necessaria conseguenza di un rapporto di forza (…) fra capitale e lavoro» (Taviani). Era questo il clima in cui fu approvato l’art. 40 della Costituzione.
Ora siamo nel 2010 e la Costituzione e lo Statuto dei lavoratori sono diventate figure mitologiche rimpiante con nostalgia da qualche romantico isolato. Annuncio dopo annuncio, proclama dopo proclama, di quelle conquiste rischiamo che non rimanga più neanche il ricordo. Così, assistiamo increduli alla nuova stagione ricostituente che si sta consumando a Pomigliano: dopo l’attacco (retorico) della scorsa settimana all’articolo 41 della Costituzione italiana, ora dobbiamo registrare l’attacco (effettivo) all’articolo 40. Un articolo al giorno leva la Costituzione di torno.
Un invito alla responsabilità è stato rivolto dall’azienda ai lavoratori. E i lavoratori della Fiat questo caloroso appello l’hanno raccolto e hanno accettato una profonda riorganizzazione e l’intensificazione dei turni di lavoro, compreso il sabato notte. Ma, anche in questo caso, non bastava: ci voleva anche la compressione del diritto di sciopero.
Tutto all’insegna della modernizzazione e della produttività, ovviamente. E di una riforma dello Statuto dei lavoratori, che forse in futuro non sarà nemmeno necessaria: perché dello Statuto e degli opportuni riferimenti costituzionali si può anche fare a meno. A Pomigliano e nel resto del Paese.


P.S. Ecco una traccia su cui tutti a sinistra dovremmo lavorare: il lavoro. Noi del PD di Laterza, infatti, faremo un pubblico incontro con i lavoratori della Natuzzi (parlando anche della situazione nazionale) il 26 di Giugno. E' un primo passo. Ma non l'ultimo, ovviamente.
A presto,
ELLEMME

lunedì 14 giugno 2010

La legge-bavaglio richiama il Ventennio (di Mauro Favale, da la Repubblica)

ROMA - È stato inaugurato il primo ottobre 2006. In Italia è il primo e finora unico monumento alla libertà di stampa. Una macchina tipografica degli anni ' 40 al centro della piazza di Conselice, provincia di Ravenna, attorno alla quale il primo luglio la Federazione nazionale della stampa (Fnsi) si riunirà per una "notte bianca" di protesta contro il ddl sulle intercettazioni. Il monumento evoca l' eccidio nazifascista di tre partigiani che diffondevano stampa clandestina durante la seconda guerra mondiale. Ed esplicitamente Franco Siddi, segretario della Fnsi, fa un parallelo tra il ddl intercettazioni e i provvedimenti contro la stampa adottati durante il fascismo. Conselice anticiperà la mobilitazione del 9 luglio, quando stampa e tv si fermeranno per 24 ore per una giornata di "rumoroso silenzio" durante la quale sarà protagonista anche il Popolo Viola che sta organizzando per la stessa data una manifestazionea Roma.E intanto la "pagina bianca" con la quale Repubblica è uscita venerdì ha fatto il giro del mondo, ripresa da numerose testate estere, da El Pais al brasiliano La Fohla de S.Paulo, da Libération all' argentina La Nacion. Il sindacato giornalisti ha lanciato ieri un appello «a tutti i colleghi per un impegno con il massimo di energia, oggi, per evitare che il Parlamento approvi questo disegno di legge, domani, nella sciagurata ipotesi che fosse approvato per sostenere il nostro ricorso alla commissione europea per i diritti dell' uomo». «In queste ore - spiega la Fnsi - i giornali devono costruire un collegamento profondo con i cittadini ed evidenziare che i diritti che questo disegno tendea cancellare non sono diritti corporativi ma diritti dei cittadini». Il ddl, per il segretario Franco Siddi «richiama il luglio del 1923. Come pesano le parole dell' allora capo del governo, Mussolini, quando ancora non aveva instaurato il regime e ai suoi ministri chiese un provvedimento "sugli abusi a cui si abbandonano senza ritegno taluni organi della stampa italiana" e ordinò di scrivere un decreto per "prevenire e reprimere energicamente e immediatamente gli abusi e i delitti di talune pubblicazioni». «Certo - scrive Siddi in un editoriale su La Nuova Sardegna - non siamo al regime del successivo 1925 e credo che abbiamo gli anticorpi per non arrivarci, ma si sta cambiando l' ordine dei valori morali». La Fnsi, inoltre, chiede una nuova audizione in commissione giustizia della Camera «perché - spiega - il passaggio a Montecitorio del ddl non può essere la mera ratifica del mostro uscito dal Senato». Proseguono, le mobilitazioni in tutta Italia contro il ddl. Il segretario della Cgil, Guglielmo Epifani, ieri dal palco della manifestazione di Roma ha spiegato che «la Cgil non piegherà la schiena. Sulla giustizia e sulla libertà di stampa nessun bavaglio, nessun ostacolo alle indagini». Da ieri è listato a lutto anche il sito internet del Pd. Da parte sua il Popolo Viola sta organizzando manifestazioni di protesta in tutta Italia che accompagneranno l' iter parlamentare del ddl. Finora sono state lanciate due iniziative nazionali: una il 4 luglio («contro i tagli e i bavagli» alla quale ha aderito anche Micromega) e una per il 9 luglio, in contemporanea con lo sciopero dei giornalisti. Un vero e proprio "No bavaglio day" perché scrivono i promotori in un appello «dal 9 luglio nulla sarà più come prima nel nostro Paese».

P.S. Troppa è l'indignazione per quanto sta accadendo con questa legge liberticida. Ieri ho lasciato il blog intonso in segno di protesta. Oggi, però, mi sono affidato alla penna di Mauro Favale. Perchè la vera protesta è continuare ad informare. Con la schiena ritta.
A presto,
ELLEMME

sabato 12 giugno 2010

Che il Pd faccia il Pd (di Giuseppe Civati, da l'Unità)

Sogno una grande mobilitazione. D’altri tempi, sì, perché questi, purtroppo, sono proprio altri tempi. Non solo le manifestazioni nazionali – che spero convergeranno, tra l’altro – ma una manifestazione diffusa in tutta Italia e vicina alle persone.

Ci sono le intercettazioni che, nel Paese dalla fragile libertà di stampa, costituiscono uno scandaloso bavaglio per i mezzi d’informazione e un vero e proprio monumento all’insicurezza (!), perché, nel Paese del telefono, negare la possibilità di indagare anche attraverso il ricorso alle intercettazioni è come togliere i poliziotti dalle strade: nel Paese della corruzione che dilaga è un episodio davvero grave e avvilente. C’è un attacco alla Costituzione (infernale!) che supera di slancio tutte le precedenti sparate di Berlusconi e dei suoi.

C’è una manovra che non contiene una riga sul futuro del nostro Paese e che va nella direzione sbagliata, perché non riduce ma, anzi, aumenta le differenze tra chi sta bene e chi non ce la fa (perché in Italia non si può mai parlare di rendita – chissà poi perché – e si è tolta l’Ici a chi la poteva pagare, proprio quando la crisi stava arrivando).

Non dobbiamo più dare l’impressione di essere sulla difensiva, se è vero com’è vero che questa finanziaria riscatta in pieno anche la memoria delle cose fatte in campo economico da parte del governo Prodi. Usciamo dai circoli, allora, diamoci da fare, incontriamo i cittadini, parliamone nei luoghi di lavoro e nelle mille piazze di questo paese, ma anche nei luoghi dell’estate che inizia, nelle mille spiagge, nelle serate d’estate che ci attendono. Chiediamo il coinvolgimento più ampio e la partecipazione più larga possibile. Ci sono i Mondiali? E allora giochiamoci la partita delle partite, Italia contro Berlusconia, perché il gioco si è fatto fin troppo pericoloso. Per tutti.

Ritroviamo il gusto dell’informazione politica, della passione, l’ospitalità nei confronti di chi s’indigna e chi ha qualcosa da dire: perché il Pd è uno spazio nel quale capire le cose e dirle, denunciarle, raccontarle al Paese, con parole diverse, un partito che non ha paura di confrontarsi con nessuno e che conosce l’importanza di chi difende la Costituzione, la libertà di informazione e la dignità del lavoro.

Il Pd quest’estate non può andare in vacanza, per il suo e nostro bene. E, forse, senza presunzione, per il bene del Paese. La rassegnazione è pericolosa e la rinuncia è la cosa meno progressista che ci sia. Per ora, in questo momento noir, si sono mossi soprattutto i movimenti, Popolo Viola e Valigia Blu in primis. Ora è il momento che il Pd faccia il Pd. E si faccia trovare dove si trovano i cittadini. Se non ora, quando?

venerdì 11 giugno 2010

ENRICO BERLINGUER: IN RICORDO DI UN VIVENTE


Sono ormai 26 anni che il grande Enrico Berlinguer ci ha lasciato. Io sono nato cinque anni più tardi. E, pertanto, l'ho "conosciuto" solo tramite i video dei suoi comizi appassionati, leggendo qualche libro sul suo pensiero e l'ho vissuto anche tramite i racconti del mio papà.
Per questo il grande Enrico suscita in me sempre rispetto e ammirazione. E, in maniera forte, mi sconvolge come molti suoi pensieri siano del tutto attuali ancor'oggi. Mi sconvolge come fosse così capace di cogliere il futuro restando nel suo presente. Era un gran bel pensatore. Come ne passano pochi su questa terra...
Approfitto, allora, del web per inviargli un messaggio personale...sapendo che, in qualche modo, lo leggerà!

"Ogni giorno, ogni istante della mia vita (tra studio e politica) ho sempre te, caro Enrico, come stella polare. So che, dovunque tu sia, stai guardando con affetto tutti i ragazzi che cominciano ad interessarsi di politica. So che li proteggi. So che mi proteggi. So che sai che lo sguardo di un giovane è sempre puro e scevro da pregiudizi. E che perciò, quello sguardo è l'unico veramente "rivoluzionario" e prorompente. L'unico sguardo che serve alla nostra società così piena di problemi. Rileggendoti e riascoltandoti pare di averti ancora tra di noi. Ed in effetti, lo sei. I tuoi discorsi pulsano, i tuoi pensieri camminano. E, dunque, tu sarai tra noi ora e sempre.
TI VOGLIO BENE ENRICO

giovedì 10 giugno 2010

CRITICA DELLA RAGION POLITICA

Più ci passo il tempo e più m'accorgo delle potenzialità (inespresse, altrimenti non sarebbero potenzialità) del Partito Democratico. No, ragazzi, non siete a Zelig o in un cabaret di provincia. E, a costo di poter sembrare ai più un pazzo (o quantomeno un tipo eccentrico), lo ribadisco: il PD può essere la chiave di volta del futuro. A patto, ovviamente, che manifesti quanto di buono ha al suo interno. E, che dir si voglia, il buono c'è!
Il PD nacque poco meno di tre anni fa con un’intenzione ben precisa: superare gli schematismi (veramente trascendentali) della vecchia politica per costruire una sinistra per il XXI secolo.
Ricordo bene quella fase e, francamente, non la accettavo. Ma ora, con un po’ di anni in più sulle spalle, comprendo che quel presupposto era ed è, secondo me, la chiave di volta per la sinistra. Cerco qui di chiarirne il perché.
Chi vi scrive, dovreste saperlo, ha vent'anni. Appartiene, dunque, alla "classe 89": la prima che non ha conosciuto un mondo (politico e non) diviso in "comunisti" e "democratici". Difatti ho concepito da sempre la politica divisa, questo sì, tra destra e sinistra. Una sinistra, però, democratica e sociale che conservasse le sue radici e che, al contempo, guardasse a testa alta l'orizzonte del "futuro che si farà presente".
Si dirà: ma anche i partiti che hanno preceduto il PD erano democratici. Certo che sì. Ma il passato, a mio avviso, condizionava tanto e troppo il loro status, le loro azioni e, di conseguenza, la loro percezione pubblica. E con questo non intendo dire che fossero "comunisti mascherati da democratici" - come paventava Berlusconi nella campagna elettorale del 1994. Dico solo che la gente non percepiva in quei politici il segno di un tempo che era ormai passato. E, questo, per chi è impegnato in politica, è essenziale. Difatti chi non incarna le prerogative e le prospettive del proprio tempo resta invisibile alle masse.
Ed è fondamentalmente questa la base, il sostrato di pensiero che sta sotto al Partito Democratico: ripensare, innovare e riempire la politica e il proprio tempo. Ma passata l'euforia iniziale, è tornato prorompente lo schema del passato che, inevitabilmente, ha ricordato a tutti che questo nuovo partito è nato dalla fusione dei vecchi DS e Margherita. E nulla fu più come prima.
Allora mi chiederete come faccio ad essere ottimista sul futuro di questo partito. E la risposta è banale (non fate più domande così banali, suvvia!): proprio in virtù di quelle basi che ci fondano ma che ogni giorno ormai contribuiamo a distruggere. Ripensare la politica in forza del proprio tempo è, infatti, qualcosa di radicale ma vitale per qualsiasi partito o organizzazione. Insomma, in un’era post-ideologica come la nostra (siamo nel 2010 ed è ridicolo sentirsi solo "ex" di qualcosa) serve costruire una nuova idea. Un'idea che salvi le radici ancora sane ma che punti al/sul futuro. Perché è forse questo il grosso problema del mio partito oggi: sembra piegato sul passato.
E allora chi potrebbe creare una nuova idea di politica di sinistra (verace e pulsante): i figli del proprio tempo. Ovvero, i giovani. E, si badi bene, non ne faccio una questione anagrafica. La politica ha, infatti, bisogno di tutti. Perché tutti sono utili. Purché "lavorino" nei giusti spazi, ovviamente.

Appendice alla "Critica": E' chiaro che, tutto questo bel discorsetto, va poi verificato (etimologicamente dal latino sta per "render vero", "realizzare"). A tutti i livelli e in tutte le realtà politiche, ben inteso.

mercoledì 9 giugno 2010

Berlusconi contro tutti (di Ninni Andriolo, da l'Unità)

Silvio contro tutti, ripiombato all’improvviso in piena campagna elettorale. Fendenti a destra e a manca. Magistrati, giornalisti, Consulta, Parlamento, opposizione, alleati di partito, Rai «faziosa» da punire con il mancato rinnovo del contratto di servizio. Tra una gaffe - classica quella sulla Marcegaglia - e l’altra, Berlusconi ha colpito di sguincio anche il Quirinale. Perfino i terremotati dell’Aquila hanno trovato posto nello show andato in scena tra Palazzo Grazioli, dove si riuniva l’ufficio di presidenza Pdl, e l’assemblea di Federalberghi dell’Auditorium Parco della musica. In polemica con la procura per le accuse di omicidio colposo relative al sisma del 2009, Berlusconi ha invitato i dirigenti della Protezione civile a non recarsi più a l’Aquila.

Perché, testuale, «appena vanno in Abruzzo gli saltano addosso, si rischia che qualche mente fragile, che ha avuto parenti morti sotto le macerie, possa sparare un colpo in testa». La tranquilla giornata del Cavaliere era iniziata con l’anatema contro le lobby dei magistrati e dei giornalisti che «ostacolano» la legge sulle intercettazioni e «ci criminalizzano perché dicono che vogliamo impedire la libertà di stampa».

La storiella che si ripete è quella del premier senza poteri, in minoranza nel governo e nel partito sulla manovra economica come sulle intercettazioni. A proposito del ddl in discussione al Senato, il capo del governo si è preoccupato ieri di far sapere che avrebbe voluto un testo «più incisivo». Si è perfino «astenuto» Silvio, mentre tutto il vertice Pdl - finiani compresi - votava a favore «del compromesso raggiunto». Che, si duole Berlusconi, «non onora del tutto gli impegni presi con gli elettori». Un premier «democratico» che non riesce a far prevalere il suo punto di vista e non può governare, così il premier. Le sue dichiarazioni preludono a una offensiva a tutto campo sul presidenzialismo per l’ultimo scorcio di legislatura. La posta in gioco è sempre la stessa: la riconferma a Palazzo Chigi o la scalata al Quirinale nel 2013. Ieri, tuttavia, il Capo del governo ha lanciato un avvertimento a Pdl e i finiani.

Niente scherzi sulle intercettazioni, dopo l’ok del Senato il testo va blindato alla Camera. La decisione dell’ufficio di presidenza Pdl «è vincolante» per tutti i parlamentari azzurri. Intorno all’ultima riscrittura del ddl è maturata l’intesa della «non crisi» tra Berlusconi e Fini. Il Presidente della Camera - ottenute modifiche ascrivibili pubblicamente alla sua iniziativa - ha dato ai suoi l’indicazione di fare squadra con la maggioranza del partito e di astenersi da dichiarazioni «destabilizzanti». In cambio ha ottenuto il riconoscimento di fatto «di una componente che viaggia intorno al 20%». E, assieme, un varco per avanzare una candidatura governativa e di partito per qualcuno dei suoi. «Va ad onore di Berlusconi essersi astenuto perché a suo avviso non manterrebbe in toto gli impegni in materia di tutela della privacy - afferma una nota di Fini - Comunque sono certo che Berlusconi concordi con me sul fatto che la nuova formulazione del ddl fa sì che esso non contrasti con altri impegni presi con gli elettori: quelli in materia di lotta alla criminalità e di difesa della legalità».

Ma il Cavaliere dell’Auditorium, prendendo di petto ieri la «lobby dei magistrati e dei giornalisti» che «ci hanno impedito di giungere a un testo che difenda al 100% il nostro diritto di libertà», ha seminato molto imbarazzo tra i reparti finiani. Il Presidente della Camera, tra l’altro, deve fare i conti con le ricadute della blindatura del ddl e con le perplessità persistenti del Quirinale. E il silenzio del drappello finiano sullo show del Cavaliere parla in modo eloquente. «La sovranità oggi non è più del Parlamento», attacca Berlusconi. Suna legge passa il vaglio del Quirinale «devi sperare che i pm di Magistratura democratica non vadano alla Consulta per farla abrogare...». Un «calvario quotidiano» colpa dei padri costituenti che «hanno frammentato il potere senza riservarne alcuno al premier». E quando un provvedimento esce da Palazzo Chigi «magari tu avevi pensato a un cavallo e dal Parlamento vien fuori un dromedario».

domenica 6 giugno 2010

Il liberismo di ritorno: Tremonti e il grave attacco all'art. 41 (di Pippo Civati e Ernesto Ruffini, da l'Unità)

L’ultimo annuncio del Governo degli annunci è quello di Giulio Tremonti che, per rilanciare l’economia, intende liberalizzare interamente l’attività delle piccole imprese: «una radicale autocertificazione per i protagonisti dell’economia reale». Una deroga della durata di tre anni a tutti gli innumerevoli adempimenti cui sono costretti i piccoli imprenditori. Poi alza il tiro: occorre intervenire anche sulla Costituzione, modificando l’art. 41 (sì, oggi tocca al 41), che impone insopportabili limiti all’iniziativa economica privata.

Ma cosa c’entra la Costituzione con la semplificazione? E poi, come s’intende intervenire sull’art. 41? Eliminando ogni limite all’iniziativa economica privata, secondo il facile slogan secondo cui «tutto deve essere libero tranne ciò che è proibito»? In realtà, l’esigenza della semplificazione non è certo un’invenzione di Tremonti, ma nessuno aveva mai pensato di toccare a questo scopo la prima parte della nostra Carta. Lo ha sottolineato Pierluigi Bersani: «con l’art. 41 della Costituzione in vigore si possono fare tutte le semplificazioni che si vogliono». Anche perché l’art. 41 non pone alcun freno particolare all’economia privata, ma si limita ad affermare che «è libera», che «non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana» e che «la legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali».

Principi di grande importanza , soprattutto in un momento come questo. E i Costituenti intesero riconoscere la «funzione sociale» dell’iniziativa economica (Ghidini), che deve convergere «verso il bene comune» (La Pira) e che non può «prescindere dai controlli e dagli interventi a fini positivi di coordinamento» (Mortati). In questa prospettiva, fecero notare «ai pavidi d’ogni interventismo statale che è per essi una garanzia, nel senso che il coordinamento non potrà avvenire per semplice decisione o capriccio di autorità e di Governo, ma soltanto per legge» (Ruini). I Costituenti, quindi, vollero riconoscere che «anche in un regime economicamente libero vi sono dei limiti imposti per legge all’impresa», sebbene ispirati a «criteri di elasticità, di guida e direzione» (Ruini).

La verità è che Tremonti, per uscire dall’angolo in cui si è infilato negli ultimi giorni, torna al liberismo più sfrenato: proprio quello che ora è messo in discussione dalla grave crisi economica da cui Tremonti, dopo averla a lungo negata, fatica a uscire. Se non con colpi di scena controrivoluzionari. E sbagliati. Come sempre.

giovedì 3 giugno 2010

Saviano purché francescano (di Massimo Gramellini, da la Stampa)

Fino a quando lo affermavano politici prevenuti e intellettuali invidiosi, si poteva sorvolare. Ma ora che persino un punto di riferimento per le masse come il centravanti milanista (e napoletano) Borriello accusa Saviano di «aver lucrato sulla mia città», la questione si fa maledettamente seria. È giusto che uno scrittore possa acquisire fama e denaro parlando di camorra, come un centravanti facendo dei gol? Nel suo ultimo disco il musicista partenopeo Daniele Sepe - meno conosciuto di Borriello perché non si è mai fidanzato con Belen - rinfaccia a Saviano: «Hai fatto fortuna, ma chi ti paga è il capo dei burattinai», come se fosse la berlusconiana Mondadori ad aver arricchito il suo autore e non viceversa. Eppure basta bighellonare fra i blog che commentano le parole di Borriello per accorgersi che tanti la pensano come lui e paragonano Saviano a «uno che fa beneficenza e va a dirlo in giro».

In questo Paese cattolico e contadino, che pensa al denaro di continuo ma non smette di considerarlo lo sterco del demonio, è passato il principio che argomenti nobili come la legalità e la giustizia sociale vanno maneggiati in incognito e senza percepire compensi di mercato. Briatore può farsi docce di champagne su tutti gli yacht che vuole: è coerente col personaggio. Ma Santoro non deve guadagnare come Letterman né Saviano come Grisham, perché da chi sferza il malcostume gli italiani pretendono voto di povertà. A noi gli eroi piacciono scalzi e sfigati, per poterli compatire e sentirci più buoni. Così dopo votiamo i miliardari con maggiore serenità.

NOTA A MARGINE: Il "fotografo" Gramellini ci regala un'altra "fotografia" impietosa del Bel Paese. Dove informare è sempre più reato. E dove il reato (quello vero, però) è sempre più normale...
Insomma un'Italia sempre più da "che ce frega e che ce importa"!
ELLEMME

mercoledì 2 giugno 2010

VOGLIA DI EVADERE (PERCHE' NON SI PUO' MORIRE DENTRO)

Un martedì da "Ballarò". Come ogni altro. Ed invece, all'improvviso, tutto cambia! Chiama Lui, Mr. President. E, come al solito, non è mai banale quando si appresta a sparare balle grosse come case.
Breve resoconto: fino a quel momento si parlava della manovra economica del ministro Tremonti e delle sue possibili implicazioni. Senonché ci si spinge a dire due cose che Silvio non digerisce:
1 - che il suo gradimento è in picchiata (lo afferma il sondaggista Nando Pagnoncelli);
2 - che la suddetta manovra non contrasterà appieno l'evasione fiscale e che lo stesso Berlusconi ebbe già modo di dirsi piuttosto favorevole all'evasione fiscale (secondo l'opinione del giornalista Massimo Giannini).
Apriti cielo e si scatenino i fulmini dell'ira presidenziale!
Squilla il telefono in diretta. L'atmosfera si fa elettrica e poi...la sua voce. Ascoltiamola dal vivo!





La replica è come al solito alla sua altezza. Cioè bassa, molto bassa. Perché? Per tre motivazioni che qui vi appunto:
1 - in base a quale criterio metodologico i "suoi" sondaggi sono veritieri e quelli di Pagnoncelli sono errati?
2 - in democrazia (sempre se si ritiene democratica l'Italia!) si attende la replica di chi sostiene le tesi contrarie. Ma forse sarà per abitudine che il Presidente del Consiglio attacchi la cornetta (perché Mondialcasa lo aspetta?) dopo le sue sfuriate...
3 - perché ieri, difendendosi dall'attacco di Giannini che gli dava prove delle sue "affinità evasive" (con buona pace di Goethe), ha affermato che lui non ha mai "giustificato e sostenuto l'evasione fiscale".
Tutto bello, molto bello. Ma, guarda caso, falso! Basta vedere qui sotto.




Correva l'anno 2004. Non un secolo fa, appunto.
Ed io, ancora una volta, vado a dormire pensando al valore delle parole...

Perché ci serve uno shock generazionale (di Ivan Scalfarotto)

La proposta del PD, approvata dall’Assemblea nazionale la scorsa settimana, di dare uno “shock generazionale” all’università anticipando la data di pensionamento obbligatorio dai 72 ai 65 anni ha sollevato un vespaio di polemiche, a dimostrazione che il ricambio generazionale è molto più facile a dirsi che a farsi. Devo dire subito che, non foss’altro che per esserne vittima, in linea di massima detesto le generalizzazioni e gli stereotipi, e trovo che tutte le discriminazioni siano odiose, incluse quelle basate sull’età. Se potessi scegliere il paese dove vivere, me ne andrei in un posto dove ciascuno viene valutato secondo le sue capacità e dove ogni posto di lavoro viene assegnato a chi lo merita di più, che sia uomo o donna, bianco o nero, giovane o vecchio. L’assenza di discriminazioni, infatti, è possibile soltanto in un mondo rigidamente meritocratico, dove a ciascuno vengono attribuite responsabilità soltanto sulla base del proprio valore individuale e dove nessuno viene aprioristicamente considerato idoneo o non idoneo ad ottenere un lavoro, esercitare un diritto o svolgere una funzione sulla base delle caratteristiche che il senso comune gli attribuisce in quanto appartenente a una categoria. Un mondo senza stereotipi, dove non è vero che le donne sono tutte sensibili e gli uomini tutti competitivi, gli svizzeri tutti precisi e gli spagnoli tutti appassionati, gli anziani tutti equilibrati e maturi e i giovani… beh, i giovani loro-sì-che-ci-sanno-fare-col-computer.
Ma l’Italia non è questo posto: è un posto dove i giovani, più di tutti, sono aprioristicamente discriminati ed esclusi. Basti pensare a quanti lavoratori oggi sotto i trentacinque anni hanno la realistica attesa di una pensione o possono acquistare una macchina a rate senza farsi firmare una fidejussione dei genitori. O basti pensare che a 45 anni gente come Maria Chiara Carrozza, la presidente del Forum del PD sull’Università (una “nuova leva”, secondo la definizione di Mario Pirani), figli grandi e una brillante carriera alle spalle, deve lottare per quello che io chiamo scherzosamente il “diritto alla mezz’età”, che poi è semplicemente il diritto al rispetto che si deve a chi in ogni parte del mondo sarebbe considerato nel pieno della maturità, magari in grado di formare e guidare un governo come accade a Londra, a Washington o a Madrid.
L’Italia, e non solo la sua università, ha disperatamente bisogno di uno shock generazionale. Che non vuol dire “rottamare” gli anziani, al contrario. L’esperienza è una risorsa rara e preziosa che può essere utilizzata in mille modi o maniere. Ma un paese che si rispetti ha il dovere di investire sul proprio futuro e di consentire un fisiologico ricambio nell’esercizio delle responsabilità. Ciascuno è figlio del proprio tempo: se sei cresciuto e ti sei formato quando le mogli erano assoggettate ai mariti per legge, puoi decidere di elaborare il concetto della parità dei generi o puoi decidere di farne a meno e tenerti i tuoi punti di riferimento. Il rischio che si corre avendo un premier di 74 anni è che capiti di essere governati da uno che quello sforzo possa aver ben deciso di non farlo, e si vede qual è il ruolo delle donne in questo paese: quest’anno siamo al 72° posto nel Gender Gap Index del World Economic Forum, saldamente dopo il Botswana (39°) e l’Uzbekistan (58°). Complimenti.
Per lo stesso motivo non è pensabile che il sapere in questo paese sia trasmesso quasi esclusivamente da persone che si sono formate prima dell’invenzione della telescrivente. Andare in pensione a 65 anni è un destino normale per ogni lavoratore (establishment a parte, si intende) e comunque, se vivessimo in un sistema davvero basato sul merito individuale, non sarebbe difficile identificare quei talenti straordinari che a 65 anni meritassero di restare in servizio per continuare a servire didattica e ricerca: Rita Levi Montalcini esempio tra tutti. In un sistema sano e che tiene in qualche modo in conto il proprio futuro si dovrebbe poter fare affidamento su un contratto a tempo indeterminato a 30 anni e, eventualmente, godere di un contratto di consulenza a 70: l’Italia è il luogo dove accade incredibilmente il contrario. Bisogna invertire questa tendenza, non c’è altra scelta.