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mercoledì 2 novembre 2011

P.P.P. Un ricordo

In vespa con Nanni. Nel tuo ultimo luogo. Sembra di vederti maestro.
A me è sempre parso, leggendoti, che tu sia andato via troppo presto. Ma forse l'hai fatto perchè ci avevi già detto tutto. Ma proprio tutto.

venerdì 25 febbraio 2011

Tutto cambia perchè tutto cambia: la perversione del cambiamento

" Mi piacerebbe vivere il cambiamento. Perché "vivere il" cambiamento significa "vivere nel" cambiamento. Ma un vero cambiamento dev'esser totale. Totale perché culturale: qualcosa non cambia mai "da sé", ma sempre in funzione di una temperie dovuta ad un pensiero radicale e trasversale.
Il cambiamento, allora, non inerirà mai solo un aspetto del reale, ma dovrà investirne la totalità. Tutto cambia perché tutto cambia. "
Queste parole, scritte da me sul mio profilo di facebook, sono lo spunto per questa nuova pagina dei Quaderni Laertini.
"Questo paese ha bisogno di rinnovamento: via le facce di un tempo, vengano le facce di questo tempo!" - spesso sento in giro, più o meno da gente di tutte le età, sessi ed estrazioni sociali, queste beneamate parole.
Il cambiamento e tutti i suoi (parziali) sinonimi sono l'oggetto del contendere ormai da tempo. E tutti i partiti se ne sono accorti: dal Pd (che ha un candidato sindaco trentenne) al Pdl (che ora ha coniato il motto "Rinnovamento nelle idee, continuità nei fatti": quali fatti, però, non si sa!)...passando per i nuovi(?) arrivi politico-associazionisti di "Tradizione e Progresso" e "Labortatorioincomune".
Tutti, dicevo, inneggiano al cambiamento/rinnovamento: chi nei volti, chi nei modi, chi nei toni, chi a parole.
Oggi non parlerò di politica, ma di una questione filosofico(-politica) molto sottile. A costo di perdere qualche assiduo lettore in cerca di non so quali critiche politiche, lo ammetto: la mia visione della politica mi porta anche ad esaminare questioni concettuali.
Dicevamo: secondo me, il cambiamento/rinnovamento, quello vero, non è vero se non è globale, totale.
Mi spiego: anche se la politica propugna il cambiamento/rinnovamento, resterà molto difficile che, solo grazie ad uno sforzo "politico", ci sia effettivamente un cambiamento.
Non serve, in poche parole, che cambi solo un aspetto della realtà. Questo perché il cambiamento/rinnovamento non ha bisogno meramente di esistere, ma ha bisogno di esser letto, comunicato, diffuso, compreso. Ma come può una società ancora impantanata nelle vecchie logiche leggere/comunicare/diffondere/comprendere il cambiamento? Evidentemente, non può.
Non si può, a mio avviso, pretendere un cambiamento dalla politica, ad esempio, se non cambia la società e i suoi schemi di comprensione/lettura. Il cambiamento c'è se viene percepito. E viene percepito, se i mezzi d'informazione, le formae mentis, le persone...cambiano. Da qui deriva la tautologia del titolo: TUTTO CAMBIA PERCHÉ TUTTO CAMBIA!
Ma le persone e le loro categorie di comprensione cambiano..se anche la politica cambia! E' un gioco "perverso" quello che vi sto proponendo stamattina: "tutto cambia perché tutto cambia" è anche, con una lettura trasversale, "nulla cambia se tutto non cambia!".
Una dialettica, insomma. Pura perversione (meta)fisica per un mondo migliore. In questa dialettica non c'è negazione, ma continua sintesi (Hegel mi scuserà: ma io non sono hegeliano!). Tutto gli aspetti del reale interagiscono e si sforzano insieme per il superamento del consumato, del passato.
Una tensione declinata al futuro che, però presuppone una forte comunanza d'intenti. La domanda è: coloro i quali parlano di futuro (a parole o scrivendo sui giornali!) come fosse una meta bellissima, sono tutti interessati a raggiungerlo?

mercoledì 4 agosto 2010

Il Caligola "assurdo" di Albert Camus


Potere assoluto è chiedere a un popolo di credere, per il solo comando del proprio imperatore, che l’impossibile non sia tale. Che la luna possa stare nel cielo o nella sua mano, indifferentemente. Ma il potere non è mai abbastanza assoluto, la luna resta appesa nel firmamento. E chi muore rimane morto: il segreto non si svela, l’assurdo resta assurdo. Spingerlo “alle estreme conseguenze” non serve ad altro che condannarsi a finire, diventare radicalmente incapaci di vivere.

Sono forse questi i messaggi principali del Caligola riscritto in forma teatrale da Albert Camus nel 1941, in un mondo che sta per spingere davvero l’insensatezza al cuore della realtà. La vicenda, è noto, racconta gli ultimi giorni dell’imperatore, che in lutto per la perdita dell’amata smarrisce il senno e inizia a disporre delle vite umane e del mondo che lo circonda a suo completo piacimento, fino a causare una congiura che lo ucciderà. Ma è solo un pretesto: in poco più di sessanta pagine, infatti, le epoche svaniscono e si fondono, e una trama scarna, essenziale perde ogni ambizione narrativa per diventare puro distillato di pensiero.

Anche se la tentazione di una lettura storica, in particolare in riferimento all’epoca dei totalitarismi, è forte: ci sono il terrore dei figli e dei padri mandati a morte senza motivo, la cultura del sospetto, l’utilizzo della violenza sessuale come passatempo e il disprezzo delle masse elevato a unica fonte di serenità. C’è l’idea orwelliana che la schiavitù sia libertà riletta attraverso il mito dell’esecuzione liberatrice. C’è la colpevolezza oggettiva, che in Hitler era dell’ebreo e in Caligola dei sudditi in quanto sudditi. Una mistica della morte arbitraria, dunque, della libertà come accettazione di un dominio irrefrenabile, che si spinge fino all’obbedienza anche nel momento in cui venga oltraggiata la moglie davanti agli occhi, o sterminata la propria famiglia. Anche in questi casi, la libertà del suddito è di sorridere o morire.

Eppure la vera vicenda resta tutta interna alla mente di Caligola, il vero cardine non è politico ma esistenziale. Così che il mondo dell’imperatore diviene insensato quando è la sua esistenza, senza Drusilla, a divenire insensata. E il “mostro” attraverso l’esercizio di un potere sanguinario, in cui “la poesia provoca l’azione e il sogno la realizza”, scopre solamente se stesso, non il dolore altrui. Ciò che gli rimarrà sempre precluso, infatti, è proprio quella capacità di amare per cui inizialmente si condannava.

Ecco, la pratica del male lascia Caligola con una terribile certezza, che gli impedisce di continuare a esistere: anche il dolore per la morte di Drusilla era soltanto un “alibi”. Un modo per celare che Caligola è solo un uomo incapace di empatia e, dunque, di eternità. Perché ciò che realmente ossessiona l’imperatore è la fugacità del tutto, che associa immediatamente – e senza scampo – a una indefinibile mancanza di senso. Non sono né l’amore né l’odio, ma l’insicurezza a ucciderlo. La stessa che armerà la mano dei suoi carnefici. Per questo “Drusilla vecchia sarebbe peggio di Drusilla morta”: perché quella vecchiaia avrebbe rivelato che perfino quello che credeva “troppo amore” non era che menzogna, desiderio di piacere carnale. O meglio, una conferma che l’impossibile è davvero impossibile. Chi non è in grado di accettare questa semplice identità – ammonisce Camus per questa ed ogni epoca – è destinato a ricoprire di sangue il suo cammino e, se gliene viene data l’opportunità, quello del mondo intero.

venerdì 23 luglio 2010

Ira: Variazioni sul tema

Nel mondo latino, parlando d’ira il riferimento obbligato è Lucio Anneo Seneca, autore di un De ira, dedicato al fratello maggiore e composto sotto il principato di Caligola, probabilmente nel 41. Seneca, all’esordio del libro secondo, dice qualcosa di essenziale della sua patogenesi: “ira quin species oblata iniuriae moveat non est dubium”, “non vi è dubbio che l’ira muova dalla percezione di un’offesa ricevuta”. In altri termini, l’ira mostra ancora una volta la sua radice nell’indignazione. Seneca ritiene però che essa non riesca a spingere all’azione se non riceve l’assenso dall’animo tutto. Quando ancora è reazione, l’ira non è ancora una passione: è come quando qualcuno ci bagna con un getto di acqua fredda, dice Seneca, la nostra reazione è naturale e subitanea e involontaria. L’ira autentica, quella da cui guardarsi, “consiste non nel turbamento che arriva all’improvviso, ma nel lasciarsi prendere e trascinare da quella sensazione, assecondando un impulso casuale (fortuitum)”.

La vera ira è dunque quella che scavalca la ragione, che è incapace di contenere il moto del proprio animo e che anzi – dice Seneca – si trascina dietro la ragione. L’ira provoca l’attacco, stacca i freni inibitori, anche se si è uomini pacifici: l’ira non ha nulla a che vedere con la ferocia.
Ed ecco un passaggio interessante: ma allora, l’interlocutore obietta a Seneca all’inizio del sesto capitolo, l’uomo virtuoso deve adirarsi di fronte alle azioni disoneste. No, risponde Seneca, perché altrimenti il saggio sarebbe perennemente adirato, data l’ingiustizia del mondo, e sprofonderebbe nella tristezza, cattiva compagna dell’ira. Se il saggio dovesse adirarsi nella misura richiesta dall’infamia dei delitti, impazzirebbe (IX).

In ogni caso, ed in polemica diretta con Aristotele del quale cita in proposito il passo dell’Etica Nicomachea che abbiamo riportato in precedenza, l’ira -come le altre affezioni dell’animo- è da rigettare comunque: assurdo lasciarsi guidare da essa come dalle altre passioni, ma illusorio anche pensare di poterle piegare alla propria disposizione, in quanto restano pessime aiutanti, oltre che cattive consigliere. Già Livio aveva detto che “ira e speranza sono guida ad errori” [Livio, Hist., 7, 40]. Lo studio del saggio stoico si trasforma in una camera operatoria, dove cercare di imparare a vivere e a morire stemperando le passioni. Si diviene signori di se stessi conformandosi all’armonia del cosmo, abituandosi all’idea della morte: la meditatio mortis sconta ratealmente e in anticipo la paura della morte, la diluisce lungo l’arco di una vita: “timor mortis, dominus sapientiae”. Di una vita nella quale le passioni non debbono avere voce.
Rispetto alle altre passioni, l’ira senechiana è contraddistinta dal suo carattere pubblico; è un passione evidente agli occhi di tutti, l’irato ha una fisionomia caratteristica: “l’espressione risoluta e minacciosa, la fronte aggrottata, la faccia scura, il passo concitato, le mani irrequiete, il colorito alterato, il respiro frequente e affannoso”.
Anche se chi è fremente d’ira tenta di nasconderla, non riesce a dissimulare il suo stato: “cetera licet ascondere et in abdito alere; ira se profert et in faciam exit, quantoque maior, hoc effervescit manifestius”.

Che l’ira si legga sul viso resta un topos per un paio di millenni, se è vero che anche Darwin ricorda come la rabbia si esprima con gesti “minacciosi e frenetici e con l’arrossamento della pelle”, mentre un altro segno – l’aggrottarsi delle sopracciglia – sembrerebbe essersi perso con l’evoluzione.
Quali che siano i segni, nel comportamento dell’irato si manifesta un rovesciamento, l’inversione delle stesse inclinazioni individuali.

Un altro aspetto dell’ira va colto nel suo rapporto col tempo, un aspetto di cui apprezzeremo tutta l’importanza in seguito. L’ira, dice Orazio, “furor brevis est”, cioè – per tradurre con il Petrarca dei Trionfi – “l’ira è breve furor”. Non dura a lungo. Per questo viene espressa con verbi come scoppiare, divampare, ardere, ruggire. Anche Cicerone dice che “ira perturbatio plerumque brevis est, ed ad tempus”, l’ira è una perturbazione dell’animo breve e che ha un tempo, cioè è limitata nel tempo, non si mantiene a lungo. Quindi, se le si dà tempo, è destinata a placarsi.

domenica 11 luglio 2010

Il Seneca de noantri

Oggi, con grande stupore, mi ritrovo nominato in un articolo del caro Michele Cristella sulle candidature alla carica di sindaco di Laterza. Naturalmente, io non ero citato in quanto "papabile" bensì in quanto filosofo piddìno.
Simpatico il paragone creatomi che mi vedeva nella stessa situazione di Platone e Seneca che "s'incaponirono ad educare i tirannelli" come Dionigi e Nerone. Il che, sottolinea Michele, mi vede in un rischio molto grande: ripercorrere in toto le sorti arcinote dei grandi filosofi antichi (il primo fu cacciato da Siracusa e reso schiavo, il secondo subì una morte straziante in pieno stile stoico).
Sicuramente non ambisco a ripercorre gli atti finali delle vite di questi giganti del pensiero. Anzi, il mio impegno si concentra (e si concentrerà) nella edificazione di "solidi pensieri" e "forti idee" che possano cambiare lo status quo. Questo si! E' il tempo e la voglia di farlo ci sono!
Direbbe Seneca, nel De brevitate vitae, che, nonostante tutti si lamentino continuamente della fugacità della vita (e a Laterza gli esempi non mancano!), il tempo "per la realizzazione delle cose più grandi" non manca. Bisogna però saperlo impiegare al meglio.
E' dura, si. Ma solo "per aspera" si arriva "ad astra". E il rinnovamento, sono sicuro, supererà tutte le asperità. Crediamoci!

venerdì 25 giugno 2010

COTTO E MANGIATO (PUR SE POCO SANO)

Tra sospetti di pazzia bovina e lumache alla diossina, la cucina pugliese subisce un duro colpo.
Ma l'evento, seppur grave per vari motivi, forse può far riflettere i teorici della tecnica senza limiti e gli imprenditori senza scrupoli. Il mondo naturale, infatti, è il primo terreno di riscontro dei cambiamenti biosferici. Non sarà che, con questi segnali piuttosto forti, la natura ci vuole richiamare tutti ad una responsabilità critica e forte in materia ambientale? Credo proprio che un pensierino bisognerebbe farlo.

P.S. A tal proposito vi suggerisco la lettura de Il principio responsabilità di Hans Jonas (e, per chi non ha abbastanza tempo, può andar bene questa sintesi)

giovedì 10 giugno 2010

CRITICA DELLA RAGION POLITICA

Più ci passo il tempo e più m'accorgo delle potenzialità (inespresse, altrimenti non sarebbero potenzialità) del Partito Democratico. No, ragazzi, non siete a Zelig o in un cabaret di provincia. E, a costo di poter sembrare ai più un pazzo (o quantomeno un tipo eccentrico), lo ribadisco: il PD può essere la chiave di volta del futuro. A patto, ovviamente, che manifesti quanto di buono ha al suo interno. E, che dir si voglia, il buono c'è!
Il PD nacque poco meno di tre anni fa con un’intenzione ben precisa: superare gli schematismi (veramente trascendentali) della vecchia politica per costruire una sinistra per il XXI secolo.
Ricordo bene quella fase e, francamente, non la accettavo. Ma ora, con un po’ di anni in più sulle spalle, comprendo che quel presupposto era ed è, secondo me, la chiave di volta per la sinistra. Cerco qui di chiarirne il perché.
Chi vi scrive, dovreste saperlo, ha vent'anni. Appartiene, dunque, alla "classe 89": la prima che non ha conosciuto un mondo (politico e non) diviso in "comunisti" e "democratici". Difatti ho concepito da sempre la politica divisa, questo sì, tra destra e sinistra. Una sinistra, però, democratica e sociale che conservasse le sue radici e che, al contempo, guardasse a testa alta l'orizzonte del "futuro che si farà presente".
Si dirà: ma anche i partiti che hanno preceduto il PD erano democratici. Certo che sì. Ma il passato, a mio avviso, condizionava tanto e troppo il loro status, le loro azioni e, di conseguenza, la loro percezione pubblica. E con questo non intendo dire che fossero "comunisti mascherati da democratici" - come paventava Berlusconi nella campagna elettorale del 1994. Dico solo che la gente non percepiva in quei politici il segno di un tempo che era ormai passato. E, questo, per chi è impegnato in politica, è essenziale. Difatti chi non incarna le prerogative e le prospettive del proprio tempo resta invisibile alle masse.
Ed è fondamentalmente questa la base, il sostrato di pensiero che sta sotto al Partito Democratico: ripensare, innovare e riempire la politica e il proprio tempo. Ma passata l'euforia iniziale, è tornato prorompente lo schema del passato che, inevitabilmente, ha ricordato a tutti che questo nuovo partito è nato dalla fusione dei vecchi DS e Margherita. E nulla fu più come prima.
Allora mi chiederete come faccio ad essere ottimista sul futuro di questo partito. E la risposta è banale (non fate più domande così banali, suvvia!): proprio in virtù di quelle basi che ci fondano ma che ogni giorno ormai contribuiamo a distruggere. Ripensare la politica in forza del proprio tempo è, infatti, qualcosa di radicale ma vitale per qualsiasi partito o organizzazione. Insomma, in un’era post-ideologica come la nostra (siamo nel 2010 ed è ridicolo sentirsi solo "ex" di qualcosa) serve costruire una nuova idea. Un'idea che salvi le radici ancora sane ma che punti al/sul futuro. Perché è forse questo il grosso problema del mio partito oggi: sembra piegato sul passato.
E allora chi potrebbe creare una nuova idea di politica di sinistra (verace e pulsante): i figli del proprio tempo. Ovvero, i giovani. E, si badi bene, non ne faccio una questione anagrafica. La politica ha, infatti, bisogno di tutti. Perché tutti sono utili. Purché "lavorino" nei giusti spazi, ovviamente.

Appendice alla "Critica": E' chiaro che, tutto questo bel discorsetto, va poi verificato (etimologicamente dal latino sta per "render vero", "realizzare"). A tutti i livelli e in tutte le realtà politiche, ben inteso.

mercoledì 26 maggio 2010

NON-SENSO DEL DIBATTITO ARISTOTELICO

Può un vecchio (e saggio) filosofo greco essere usato per giustificare affermazioni in difesa di un'organizzazione che (comunque la si pensi) promuove e incentiva la distruzione di popolo (quello ebraico nella fattispecie)? Nient'affatto, si dirà. Eppure guardate qui sotto!



In questo video una studentessa musulmana dell’Università di San Diego (USCD) rivela di essere a favore di Hamas e alla domanda se Hezbollah abbia ragione o torto ad augurarsi che tutti gli ebrei facciano ritorno in Israele così da poterli fare fuori più comodamente, senza dover dare loro la caccia in giro per il mondo, risponde con un serio e duro "sì".
La notizia è stata pubblicata il 18 maggio scorso dal Los Angeles Times a firma di Jonah Goldberg che ha poi inviato una mail all'USCD per ricevere chiarimenti in merito all'accaduto e sulle possiblità di conseguenze negative per la ragazza. Nessuna conseguenza, risponde l’Università: il nostro fondamento, come tracciato da Aristotele, sono “il dialogo e il dibattito“, oltre alla “libertà d’espressione”, naturalmente.
Di fronte a tali risposte, al buon Goldberg non è restato altro che scrivere che: this endorsement of genocide is brought to you by Aristotle (ovvero che "tale linea culturale è stata mutuata da Aristotele").
Goldberg aggiunge poi che certe forme di razzismo sono più tollerate di altre. Secondo Goldberg, ciò dipende dal fatto che una parte della nostra società non riesca ad agire che seguendo un "copione" che venga ritenuto adeguato. E un copione per affrontare affermazioni come quella della studentessa musulmana non sarebbe stato ancora elaborato. Bisognerebbe ritornare a riflettere, conclude Goldberg: senza dare retta né alla "sceneggiatura" che dipinge tutti i musulmani come attentatori né a quella che, all’opposto, predica un relativismo tale per cui propagandare lo sterminio e difendere la vita valgano lo stesso.

Mi permetto, allora, di fare una quadra generale partendo dalle conclusioni di Goldberg. E' vero. Siamo oramai immersi in un mondo dove la "via mediana" tra due visioni è praticamente impossibile da percorrere. E questo avviene anche (e soprattutto) per argomenti dove il mondo sembra essere molto più avanti di noi. Come il multiculturalismo. Un multiculturalismo che si fondi, appunto, sulla ricchezza delle differenze. Un pò come il vero dialogo aristotelico (o meglio della filosofia greca e di quella medievale). Dove, in definitiva, la differenza era un arricchimento, non un ostacolo.