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giovedì 10 novembre 2011

Mari(o) e Monti. Tutti e due.

Fate presto. E Napolitano se n'è accorto. E' il prologo ad un governo tecnico? Si pensa sarà proprio il neo-senatore a vita a guidare l'Italia in questa tempesta (per conoscerlo un pochettino meglio leggete pure qui e qui). Cosa servirà a Monti per far bene? Circondarsi di gente come lui.

giovedì 3 novembre 2011

Leo-poldo

Sono di destra? No, sono di sinistra. E che vuol dire? Vuol dire che rispondo a chi vede in Renzi uno di destra (sulla mia pagina facebook il dibattio, seppur civile e cordiale come sempre, è stato piuttosto ampio e vario)...che non m'interessa tanto da dove viene una persona (per inciso, Renzi appartiene alla classica "sinistra cattolica" fiorentina) quanto dove vuole andare. Le idee, appunto. Le idee di un gruppo di persone e non di un solo individuo. Proposte, queste, che, anche a chi scrive, possono piacere o no. Ma che restano, ad oggi, le uniche in campo.
Per questo stimo Renzi: perchè è nuovo, dice le cose che van dette a chi dice alla mia generazione di aspettare e perchè il suo lavoro parla per lui (eccone un esempio). Non so dirvi se adeguato al ruolo di premier e non so se lo voterei nelle prossime primarie. Ma la verità è che è stato il primo, nel bene e nel male, a proporre qualcosina.
Fatto sta che è in campo e ha portato persino qualcosa di cui discutere nel tavolo delle alleanze (desolatamente vuoto da tempo, nonostante i tempi bui che meritano un minimo di riflessione anche e soprattutto dalle opoosizioni...). E se ricompone il tandem con Civati...

lunedì 8 novembre 2010

Prossima fermata Italia: rottamatori di idee

Prima di andare a studiare, mi sembra giusto postarvi qualcosina in merito all'atteso evento di questo week-end, cioè Prossima fermata Italia.
L'hanno chiamato meeting dei rottamatori. Io, da casa, non l'ho vissuto così. Ma lo guardavo con il cuore ricolmo di speranza e di gioia perché, per la primissima volta, il Pd e la sinistra parlava i politica. Sul palco si sono succeduti in tantissimi che, nei loro cinque minuti, hanno parlato di un argomento a partire da una parola chiave...in modo tale da poter formare un vocabolario di contenuti per l'Italia.
Parlare di quel che è stato detto mi è impossibile qui ma vi posterò qualche intervento dei "big" dalle quali parole, credo, occorrerà ripartire.

Ivan Scalfarotto ha scelto parola Perpetui: “Mi faccio carico io di dire che la questione generazionale c’è. C’è anche un problema generazionale. I problemi non possono che essere risolti da chi ne sente l’urgenza. Crediamo di vivere in un paese garantista sul fronte del lavoro, e invece abbiamo un esercito di giovani schiavi. Non c’è questione tattica per distruggere le speranze dei giovani siciliani. Sostenere il governo Lombardo è una decisione che ha una valenza devastante. “Io sono il vice presidente del PD e sono orgoglioso di essere vice presidente del PD che si è riunito a Roma. Ho sentito la medesima buona volontà, l’entusiasmo, quello che ci serve. Il PD di Roma e quello di Firenze non sono due partiti diversi: sono lo stesso partito. E io sono orgoglioso di essere vicepresidente di questo partito”.

Matteo Renzi: “Esiste una sola grande possibilità per chi crede nei valori dell’impegno: non abbandonare gli altri al proprio futuro. Eppure l’abbiamo fatto. In Brasile una donna è appena stata eletta presidente della repubblica: certo non ha fatto festini. Certo si è messa in scia di un grande personaggio e di un grande sindacato che l’hanno aiutata a crescere. Oppure prendete gli Stati Uniti: Obama prende una tranvata storica. Perché non è stato bravo a comunicare? A me piace pensare che quella scelta di cui la accusano – la riforma sanitaria – sia una di quelle scelte per cui vale la pena anche correre il rischio di prendere una tranvata. E c’è anche qualcosa che è accaduto a destra. Un ragazzo degli anni Settanta, un repubblicano. Si chiama Marco Rubio. Il primo ispanico che sta cambiando la storia del suo partito, un giovanotto maleducato. Finché la destra repubblicana avrà Rubio e la nostra destra avrà Ruby, non andremo da nessuna parte. Da sei mesi stiamo dietro a Granata, Briguglio, Bocchino. Davvero è una discussione che non riguarda l’Italia. Non è che hanno due idee diverse: non possono raccontarci che hanno cambiato idea dopo diciassette anni a votare tutte le leggi ad personam. Io ieri li ho paragonati a Beautiful, magari sono stato maleducato: aspetto che Ridge e Thorne si lamentino. Ma credete che il problema di questo paese sia la legge elettorale? Non è vero. Sì, è una legge elettorale vergognosa. Tutti vogliono cambiarla ma non dicono mai come, perché non sono d’accordo. Perché non lo fanno adesso? E allora la legge elettorale è il grande alibi per fare un bel governone tecnico per esautorare la politica e consentire a Berlusconi di riguadagnare la sua verginità politica. È mai possibile che questo partito abbia scelto il casting invece che le primarie, al momento di fare le liste elettorali? Primarie sempre e ovunque per la scelta dei parlamentari.
Se quando ho parlato di rottamazione avessi pensato che per due mesi il PD avesse parlato di rottamazione, mi sarei sganasciato dalle risate. Ma vi pare che io voglio mettere in un compattatore delle persone? Chi dice così ha un problema, perché vede se stesso nella propria carriera politica. Noi abbiamo una emergenza. Abbiamo gli stessi leader che sono lì da più di vent’anni. Nel mondo normale i partiti rimangono fermi, i leader cambiano. Da noi i partiti cambiano e non c’è possibilità di cambiare leader. Dicono: ganzo Renzi, lo dice perché ci vuole andare lui. È uno degli elementi più tristi del retropensierismo: l’idea che non si possa dire nulla senza che qualcuno dica ‘vedi cosa c’è sotto?’. L’idea che non si possa esprimere il proprio pensiero senza essere accusati di avere interessi personali. Fateci parlare liberamente di politica. Il creativo della politica italiana, parliamone.
L’Unione ha dato vita al momento più diviso della repubblica. Il Partito dell’amore: il giorno dopo che l’ha detto sembrava la guerra dei Roses. Il Popolo della Libertà: tu dissenti? Fuori. Ora, è possibile che noi ci chiamiamo Partito Democratico e si debba trattare chi non è d’accordo come un nemico?
Bersani dice ‘amate la ditta’. Vorrei presentarvi la mia maggioranza: io sono il sindaco dell’unica grande città in cui il PD è maggioranza assoluta. Lo è perché gli eletti nelle liste civiche sono entrati nel PD. Noi non siamo una componente di un partito: noi amiamo profondamente la ditta. È che non vogliamo vederla fallire. Voi dovete avere rispetto per noi, noi avremo rispetto per voi. Nessuno di noi viene da Marte o da una storia inventata. Io sono stato cooptato da presidente della provincia, non è che ho vinto la lotteria. Poi ho capito che se fossi rimasto lì sarei diventato un pollo da batteria. Dobbiamo dire al passato: grazie. Ma al futuro: sì. Non possiamo diventare i reduci e i nostalgici della politica italiana. Dicono che il problema l’ho posto io. Ma vi rendete conto che questo non è un paese normale? Non è che siccome Berlusconi sa comunicare bene, noi per essere diversi non dobbiamo comunicare. Dobbiamo fare capire alle persone quello che diciamo. Abbiamo bisogno di tornare a parlare la parola delle emozioni. La politica deve produrre sentimenti: se no produce rabbia.
Sul lavoro non ha senso fare il derby tra Marchionne e la FIOM. C’è un’urgenza di innovazione. L’unica cifra della rappresentabilità del mondo del lavoro non può essere i pensionati.
Io sono cattolico, ne sono fiero e non mi vergogno. Ne sono fiero quanto sono fiero della mia laicità quando governo da sindaco di Firenze. Quello che ho capito stando da sindaco nell’ospedale dove un ragazzo di 21 anni era appena uscito dalla sala operatoria perché in questa città un gruppo delinquenti lo avevano picchiato fino a sfigurarlo solo perché amava un uomo. Quel ragazzo mi ha fatto venire un sentimento di rabbia che è pari a quello di una signora perbene di Firenze che quando ho messo una canzone di Tiziano Ferro durante un matrimonio s’è lamentata perché era un culattone. Questo punto è un punto culturale drammatico che sostanzia la battuta di Berlusconi. Facciamo un grande investimento sull’unica cosa che ci salverà: la parola cultura, la parola bellezza. Bondi e Tremonti. Io non so chi tra loro è responsabile per la vicenda di Pompei, ma uno dei due si dimetta.
Noi pensiamo che soltanto mettendoci in gioco riusciremo a cambiare questo paese. Il nostro tempo o ce lo prendiamo noi o non ce o prendiamo mai. Da Firenze ci rimettiamo in gioco senza pretendere posti, senza invocare protezioni, ma senza chiedere ad altri ciò che ci prenderemo da soli.”

E poi Pippo Civati: “Rottamazione sarà anche un termine poco educato, ma l’usato poco sicuro di Fini non va bene. Noi vogliamo ripartire dai ritardi, dalle indecisioni e dagli sprechi del Paese. L’Italia è una tartaruga che va piano, che però potrebbe volare e occuparsi di chi verrà dopo di noi. Nella prossima Repubblica si va con una cultura politica diversa. Non è solo importante numerare le proposte, ma dare delle priorità. Immigrazione, ambiente, sono temi poco affrontati. Ci rivolgiamo a chi ha voglia di costruire un paese con un partito nuovo, quello di chi non è ancora garantito.
Non ci interessa la collocazione nostra, ma quella del PD e il suo ruolo nel mondo. Ci dicono che non abbiamo contenuti, ma ne avete sentiti in questi giorni. Ci sono cose già sentite, ci dicono, certo, peccato che in Italia nessuno le abbia poi mai fatte. Non siamo una corrente, siamo una campagna, un’energia, tanti punti di vista. Se Bersani ce lo chiede gli organizziamo una cosa simile. Vorrei un PD quasi banale. Il PD del consigliere tunisino e anche italiano. Il PD dell’artigiano di Pontida, che magari non vota più la Lega e non sa chi votare. Il giovane davanti a un PC ad Arcore o Siracusa. Un PD dedicato alle donne italiane che vanno onorate come va onorata la Repubblica.”

Rottamazione è termine indelicato se riferito ad una persona. Io sono un rottamatore delle idee e dei modi di far politica. Ed è in quest'ottica che andava e va vista il meeting della Leopolda. Spero che i più capiscano: questo tempo è nostro e ce lo prenderemo!

lunedì 27 settembre 2010

SILENZIO IN SALA: PARLIAMO NOI ROTTAMATORI TARTARUGHINI

Amici, oggi vi giro un video di importante consultazione. Si parla del futuro del Partito Democratico e di come questo possa (finalmente) crescere. Parlano Renzi, Civati, Serracchiani e Zingaretti: un quartetto che fa(rà) onore alla sinistra italiana.
Il 5,6 e 7 novembre dovrei essere anch'io a Firenze per il "meeting" dei rottamatori tartarughini, per parlare (anche con loro) di futuro e di idee. So che può servire non solo al Pd ma a tutto il Paese.

P.S. Intanto, aldilà della Manica, accade un "evento sconvolgente"...

martedì 21 settembre 2010

I vangeli a sinistra (di Pippo Civati)

Dopo aver letto la seconda lettera di Walter apostolo ai democratici (anche se a volte tutte queste lettere e le conseguenti polemiche sembrano riservate ai soli 'romani'), una lettera che chiarisce quello che deve chiarire (su papi e cardinali), credo che ora possiamo passare ad un altro genere letterario (prima di dover scrivere l'Apocalisse).

Siamo alla presenza di numerosi evangelisti: c'è Pierluigi (che fa il segretario), c'è Sergio (con la sua Sfida), c'è Walter (con il suo Movimento), c'è Nichi (con le sue Fabbriche). E altri ancora. Forse è il caso di immaginare delle "tavole sinottiche", che permettano di confrontare le versioni offerte da ciascuno. Scopriremmo che i punti di contatto sono innumerevoli e che la storia che stiamo raccontando potrebbe anche (addirittura!) essere la stessa. E che quello che trovate nel vangelo secondo Sergio a proposito di "rivoluzione industriale" si ritrova nel documento secondo Walter e nel discorso secondo Pierluigi. E che di scuola parlano tutti, e insieme forse potrebbero farlo meglio. Per non dire del Pd, che forse dovrebbe preoccuparsi di dare un'immagine di sé. Non arrivo a dire "una sola", ma almeno un'immagine.

L'invito è quello di assumere lo slogan più efficace del Bersani del Congresso, quando diceva di non volere un uomo solo al comando. Viva il pluralismo, che non è però la confusione di voci diverse. Presuppone, il pluralismo, che ci si ascolti, anche, prima di parlare.

Sarebbe un modo, come ripetiamo spesso, per abbassare i toni e alzare lo sguardo. Per uscire da un dibattito interno asfissiante, per superare di slancio la burocrazia. Per offrire versioni, appunto, e non correnti. Per lavorare all'unità e alla comprensione reciproca e non al loro contrario.

P.S. Il mio pensiero in merito ha due polarità: se da un lato vorrei il pluralismo come lo recita (Super)Pippo Civati (un pluralismo dove "ci si ascolti anche prima di parlare"), dall'altro l'intervento di Veltroni (anche piuttosto condivisibile nei contenuti) andava fatto in un altro momento. Detto ciò, se il pensiero veltroniano andrà ad arricchire positivamente la dialettica interna ed esterna al centro-sinistra, non potrò che esserne contento. Spero, però, che, al più presto, ci si sieda tutti attorno ad un tavolo e si discuta: Dialettica dell'illuminismo, in poche parole.

mercoledì 28 luglio 2010

I SONDAGGI: RIDIAMOCI UN PO' SU...

Bersani-Vendola 1-1
[da Piacenza, il nostro inviato Leo Matera] - Pari e patta. Non emerge un favortio della semi-finale di andata della "Coppa Italia", anche se si è visto del buon calcio. L'atmosfera nel pre-gara era di quelle speciali: pubblico delle grandi occasioni sugli spalti e tifo da invasati. D'altronde la posta in gioco è alta: ci si gioca una coppa importante per il palmares di ogni squadra. E, comunque, chiunque la spunti in questa semi-finale se la vedrà con la squadra più vincente di questi ultimi anni, il PdL guidati dal loro indomito e attempato capitano.
Minuto 15°: i Vendola si fanno subito pericolosi con un'azione veloce e ficcante che, dopo un cross teso verso il centro area, si conclude con un colpo di testa di Nichi che però spedisce il pallone poco sopra la traversa difesa dal portiere dei Bersani.
Scossi dal pericolo subito, i Bersani si riversano in attacco ma lo fanno con ordine e seguendo le tattiche del loro vecchio ed ingegnoso regista. Eppure, nonostante la tanta voglia dello "Xavi de noantri", le tante occasioni vengono fallite. E, si sa, chi sbaglia paga. E al 35° del primo tempo Nichi insacca dopo un'azione corale di ottima fattura e porta i suoi meritatamente in vantaggio.
Lo shock è visibile e i Bersani non riescono ad imbastire nulla di buono e il primo tempo si chiude con i Vendola in vantaggio di un goal a zero.
Nel secondo tempo, però, si assiste ad un altro (ed inaspettato) copione. I Bersani, sicuramente catechizzati a dovere dal mister negli spogliatoi, osano di più spingendo sulle fasce e si spingono molto oltre la linea di centrocampo, chiudendo così i Vendola nella loro trequarti difensiva. E inizia l'assedio.
Al 10° vibra la traversa dei Vendola dopo una poderosa stoccata da fuori area di Pigi, capitano dei Bersani.
I Vendola accusano il colpo e, su azione da calcio d'angolo, ci vuole molta fortuna per sventare il colpo di testa del vecchio e granitico centrale di difesa Marini.
I Bersani sono in grande spolvero anche perché il mister ad inizio ripresa ha dato spazio a molti giovani di belle speranze tra cui il buon mediano Scalfarotto e il funambolico esterno di fascia Civati. Ed è proprio per merito di quest'ultimo che, al 75°, i Bersani giungono al pareggio. L'azione che porta al goal di capitan Pigi, infatti, nasce da una rapida azione tra il terzino sinistro Marino (soprannominato "il Dottore" per la precisione che da sempre lo contraddistingue nei contrasti e nelle sue ripartenze) e il piccolo Civati (chiamato affetuosamente Pippo dai "compagni" di squadra più esperti) che, lanciato da Marino, si involava sulla fascia sinistra e, dopo essersi liberato di due difensori, toccava all'indietro in favore del capitano che infilava agevolmente la porta dei Vendola.
E la partita finisce effettivamente qui. Anche perché le squadre sanno che c'è una gara di ritorno da affrontare e, anche se i Bersani partono in leggero svantaggio visto il goal subito in casa, il risultato sta bene ad entrambi.

domenica 25 luglio 2010

Gli italiani lo sanno (di Pippo Civati)

Esistono due PD. Più precisamente, i "due" convivono. Quello che sta sulla difensiva e che sembra perennemente incerto e quello che spera nel cambiamento. Quello che si è impigrito in tanti, troppi anni di politique politicienne e quello che ancora vuole scommettere su se stesso e sulle cose da fare. Quello che continua a parlare di sé e quello che vorrebbe ospitare tutto il dibattito della parte progressista del Paese. Quello che si chiede dove è stato, in tutti questi anni, e quello che vorrebbe capire dove stare, nei prossimi.

P.S. Qui Pippo ha parafrasato un recente spot (lo trovate qui sotto). Devo dire la verità: ha fatto proprio una bella riflessione. Soprattutto chi vive il PD sa quanto quelle parole siano vere. Ma ora...all'attacco!!!

sabato 24 luglio 2010

Don't killing me blogly

(Super)Pippo Civati stamattina fa notare che, per una volta (!), il PD una battaglia degna di essere condotta l'aveva studiata e la sta portando avanti. Ora, ad arricchire la battaglia, c'è anche quest'appello. Benissimo: i blog sono una risorsa dell'informazione e guai a chi li tocca!
Ammazziamo il comma "Ammazza-blog" firmando qui.

P.S. Rimarco qui come, per una buona (e spero non ultima) volta, PD e società civile stiano conducendo una battaglia seria che, cono sicuro, porterà i suoi buoni frutti. In attesa di aggiornamenti, questo è tutto.

lunedì 19 luglio 2010

A proposito di Nichi (di Pippo Civati)

Vendola si candida a guidare il centrosinistra alle prossime elezioni. Troppo presto? Forse. Le elezioni sono lontane o forse sono vicinissime: politicamente quello di Nichi è un vero azzardo. La politica, però, si fa anche così, prendendosi i propri rischi, lanciando le sfide quando è il momento (o quando si pensa che lo sia).

Il suo carisma è indiscutibile, il profilo culturale solido e netto, la preparazione obamiana abbastanza vistosa e largamente convincente. Non ha 'dietro' un partito, come gli chiede qualcuno, ma di questi tempi non è nemmeno detto che sia uno svantaggio. Le Fabbriche sono un po' acerbe ma, se dal punto di vista politico devono ancora dimostrare quello che valgono, dal punto di vista elettorale (e parlo di primarie) sono lo strumento che ci vuole.

Nichi parla al Sud, e in questo senso ha qualcosa di pasoliniano, ed è capace di trasformare il portato affettivo che lo accompagna in un valore politico di successo. Dice che al Nord si trova molto bene, perché il Nord è «nel gelo» e bisogna «scaldarlo». Dice che chi fa politica, al Nord, può recuperare molto consenso, perché attualmente non ci sono alternative alla compagine di governo. Molto probabile, da verificare con il tempo.

Nichi è un antico dirigente, usa categorie d'altri tempi e non sempre immediate, ma forse proprio per questo - nell'epoca più paradossale che si possa immaginare - piace ai giovani, quelli veri, quelli che hanno vent'anni, per capirci.

La comunicazione è ottima, ma ci sono anche parecchi contenuti, che gli provengono dalla sua esperienza di amministratore regionale. Le Fabbriche saranno anche una «via di fuga» dai luoghi della politica tradizionale, ma Vendola la politica tradizionale la conosce, e la fa da anni. E direi bene.

Le reazioni di alcuni dirigenti del Pd fanno pensare che anche questa volta Vendola lo si sottovaluti o, forse, come già in occasione delle ultime Regionali, lo si voglia rendere invincibile. Dire, nell'ordine, che la sua è una candidatura minoritaria, che è il nuovo Bertinotti, che è un fenomeno regionale, che non piace ai cattolici (pur essendolo), che non convincerebbe i moderati, che c'è lo Statuto del Pd, che noi abbiamo Bersani e basta, è molto pericoloso e rappresenta, sotto il profilo politico ma anche elettorale, una climax di scemenze che, di solito, comporta una climax (discendente) dal punto di vista del consenso e del sostegno alla propria causa.

La candidatura di Vendola alza il tono del confronto e solo noi sappiamo quanto possa essere importante, in questa fase non proprio brillantissima della vita politica del nostro Paese. Ad un'unica condizione, però: che non si apra, fin d'ora, lo scontro frontale, che non ci si divida prima del tempo, e che si colga l'occasione per confrontarci sulle cose da fare, sull'impostazione generale da dare alla sfida alla destra, al nostro lavoro di opposizione, a quella indagine, sotto il profilo culturale, di cui tutti noi abbiamo grande bisogno. A Bari lo abbiamo fatto e siamo tornati a casa contenti. Senza che vi fosse una richiesta da parte di Nichi di aderire alla sua candidatura, senza che vi fosse da parte nostra un remake della scena di Palombella rossa, in cui a Moretti si offrono i pasticcini, perché «siamo uguali», come diceva quel ragazzo: no, non lo siamo, ma questa diversità deve essere un'occasione di crescita per tutti. E serve, questa diversità, per vincere.

Non dimentichiamo, da ultimo, che da qualche parte, però, sentiamo il bisogno di un po' di emozione. Sul lungo mare, nella baia di Bari, e nelle piscine di pianura.

giovedì 1 luglio 2010

BUONA POLITICA: SI PUO' FARE

Amici naviganti, nonostante tutto lo sconcerto di questi giorni, io alla buona politica ci crederò sempre. Vi segnalo quindi due iniziative serie che sono sicuro seguirete con grande attenzione: Andiamo Oltre (iniziativa ideata da Pippo Civati e vi indirizzo anche al sito ufficiale) e Eyjafjallajökull (ovvero gli stati generali delle Fabbriche di Nichi). A sinistra c'è qualcuno ancora vivo...

mercoledì 23 giugno 2010

Federati e foderati: la politica della forma informe

Il Post oggi dà ampia rilevanza alla proposta di un Pd federato.
Sembra, infatti, che l'argomento chiampariniano stia tornando in auge...vista la proposta arriva questa volta dal sud, nella fattispecie dal senatore Lumia e dal capogruppo in Consiglio Regionale siciliano, Cracolici.
La proposta sembra ricalcare quella avanzata non più di tre mesi fa dal sindaco di Torino, e potrebbe essere un buon punto di partenza per intercettare il disorientamento dei democratici.
Cacciari, ex sindaco piddino di Venezia, non la vede così. Anzi, attacca duramente il partito. E non ha tutti i torti...
E anche Civati dissente...

P.S. Il problema di questo dibattito? Semplice: i vertici continuano a cantarsela e a suonarsela da soli. Noi, in periferia, continuiamo a lavorare ma, inevitabilmente, finiamo nello stesso calderone di questi incompetenti...

martedì 15 giugno 2010

Indietro di 40 anni tutto in nome della produttività (di Pippo Civati e Ernesto Ruffini, da l'Unità)

Sembra che l’Italia stia facendo di tutto per spostare le lancette dell’orologio indietro di una quarantina d’anni.E così ci troviamo di slancio in un’epoca precedente al 1970, quando un Parlamento incalzato dai sindacati fu portato ad approvare lo Statuto dei lavoratori. Ma non ci basta, no: rischiamo di scivolare ancora più indietro, quando durante un altro Ventennio, il codice penale considerava lo sciopero come un reato, come un crimine verso l’azienda e verso il Paese.
Con l’avvento della Repubblica democratica fondata sul lavoro, i Costituenti si resero conto che, «se è vero che lo Stato è chiamato a tutelare il lavoro, con ciò non si esclude che anche la classe lavoratrice possa tutelare essa pure direttamente il lavoro » (Ghidini). Tutti i Costituenti, e non solo quelli che militavano nel Pci, ritennero «urgente ed indispensabile che una legge» riconoscesse «il diritto di sciopero dei lavoratori, abrogando i divieti fascisti in materia » (Fanfani) e vollero affermare come diritto «quello che il fascismo definiva a torto delitto» (Merlin). Perché il diritto di sciopero «non è altro che la logica derivazione del diritto alla legittima difesa, non è che una triste necessaria conseguenza di un rapporto di forza (…) fra capitale e lavoro» (Taviani). Era questo il clima in cui fu approvato l’art. 40 della Costituzione.
Ora siamo nel 2010 e la Costituzione e lo Statuto dei lavoratori sono diventate figure mitologiche rimpiante con nostalgia da qualche romantico isolato. Annuncio dopo annuncio, proclama dopo proclama, di quelle conquiste rischiamo che non rimanga più neanche il ricordo. Così, assistiamo increduli alla nuova stagione ricostituente che si sta consumando a Pomigliano: dopo l’attacco (retorico) della scorsa settimana all’articolo 41 della Costituzione italiana, ora dobbiamo registrare l’attacco (effettivo) all’articolo 40. Un articolo al giorno leva la Costituzione di torno.
Un invito alla responsabilità è stato rivolto dall’azienda ai lavoratori. E i lavoratori della Fiat questo caloroso appello l’hanno raccolto e hanno accettato una profonda riorganizzazione e l’intensificazione dei turni di lavoro, compreso il sabato notte. Ma, anche in questo caso, non bastava: ci voleva anche la compressione del diritto di sciopero.
Tutto all’insegna della modernizzazione e della produttività, ovviamente. E di una riforma dello Statuto dei lavoratori, che forse in futuro non sarà nemmeno necessaria: perché dello Statuto e degli opportuni riferimenti costituzionali si può anche fare a meno. A Pomigliano e nel resto del Paese.


P.S. Ecco una traccia su cui tutti a sinistra dovremmo lavorare: il lavoro. Noi del PD di Laterza, infatti, faremo un pubblico incontro con i lavoratori della Natuzzi (parlando anche della situazione nazionale) il 26 di Giugno. E' un primo passo. Ma non l'ultimo, ovviamente.
A presto,
ELLEMME

sabato 12 giugno 2010

Che il Pd faccia il Pd (di Giuseppe Civati, da l'Unità)

Sogno una grande mobilitazione. D’altri tempi, sì, perché questi, purtroppo, sono proprio altri tempi. Non solo le manifestazioni nazionali – che spero convergeranno, tra l’altro – ma una manifestazione diffusa in tutta Italia e vicina alle persone.

Ci sono le intercettazioni che, nel Paese dalla fragile libertà di stampa, costituiscono uno scandaloso bavaglio per i mezzi d’informazione e un vero e proprio monumento all’insicurezza (!), perché, nel Paese del telefono, negare la possibilità di indagare anche attraverso il ricorso alle intercettazioni è come togliere i poliziotti dalle strade: nel Paese della corruzione che dilaga è un episodio davvero grave e avvilente. C’è un attacco alla Costituzione (infernale!) che supera di slancio tutte le precedenti sparate di Berlusconi e dei suoi.

C’è una manovra che non contiene una riga sul futuro del nostro Paese e che va nella direzione sbagliata, perché non riduce ma, anzi, aumenta le differenze tra chi sta bene e chi non ce la fa (perché in Italia non si può mai parlare di rendita – chissà poi perché – e si è tolta l’Ici a chi la poteva pagare, proprio quando la crisi stava arrivando).

Non dobbiamo più dare l’impressione di essere sulla difensiva, se è vero com’è vero che questa finanziaria riscatta in pieno anche la memoria delle cose fatte in campo economico da parte del governo Prodi. Usciamo dai circoli, allora, diamoci da fare, incontriamo i cittadini, parliamone nei luoghi di lavoro e nelle mille piazze di questo paese, ma anche nei luoghi dell’estate che inizia, nelle mille spiagge, nelle serate d’estate che ci attendono. Chiediamo il coinvolgimento più ampio e la partecipazione più larga possibile. Ci sono i Mondiali? E allora giochiamoci la partita delle partite, Italia contro Berlusconia, perché il gioco si è fatto fin troppo pericoloso. Per tutti.

Ritroviamo il gusto dell’informazione politica, della passione, l’ospitalità nei confronti di chi s’indigna e chi ha qualcosa da dire: perché il Pd è uno spazio nel quale capire le cose e dirle, denunciarle, raccontarle al Paese, con parole diverse, un partito che non ha paura di confrontarsi con nessuno e che conosce l’importanza di chi difende la Costituzione, la libertà di informazione e la dignità del lavoro.

Il Pd quest’estate non può andare in vacanza, per il suo e nostro bene. E, forse, senza presunzione, per il bene del Paese. La rassegnazione è pericolosa e la rinuncia è la cosa meno progressista che ci sia. Per ora, in questo momento noir, si sono mossi soprattutto i movimenti, Popolo Viola e Valigia Blu in primis. Ora è il momento che il Pd faccia il Pd. E si faccia trovare dove si trovano i cittadini. Se non ora, quando?

domenica 6 giugno 2010

Il liberismo di ritorno: Tremonti e il grave attacco all'art. 41 (di Pippo Civati e Ernesto Ruffini, da l'Unità)

L’ultimo annuncio del Governo degli annunci è quello di Giulio Tremonti che, per rilanciare l’economia, intende liberalizzare interamente l’attività delle piccole imprese: «una radicale autocertificazione per i protagonisti dell’economia reale». Una deroga della durata di tre anni a tutti gli innumerevoli adempimenti cui sono costretti i piccoli imprenditori. Poi alza il tiro: occorre intervenire anche sulla Costituzione, modificando l’art. 41 (sì, oggi tocca al 41), che impone insopportabili limiti all’iniziativa economica privata.

Ma cosa c’entra la Costituzione con la semplificazione? E poi, come s’intende intervenire sull’art. 41? Eliminando ogni limite all’iniziativa economica privata, secondo il facile slogan secondo cui «tutto deve essere libero tranne ciò che è proibito»? In realtà, l’esigenza della semplificazione non è certo un’invenzione di Tremonti, ma nessuno aveva mai pensato di toccare a questo scopo la prima parte della nostra Carta. Lo ha sottolineato Pierluigi Bersani: «con l’art. 41 della Costituzione in vigore si possono fare tutte le semplificazioni che si vogliono». Anche perché l’art. 41 non pone alcun freno particolare all’economia privata, ma si limita ad affermare che «è libera», che «non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana» e che «la legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali».

Principi di grande importanza , soprattutto in un momento come questo. E i Costituenti intesero riconoscere la «funzione sociale» dell’iniziativa economica (Ghidini), che deve convergere «verso il bene comune» (La Pira) e che non può «prescindere dai controlli e dagli interventi a fini positivi di coordinamento» (Mortati). In questa prospettiva, fecero notare «ai pavidi d’ogni interventismo statale che è per essi una garanzia, nel senso che il coordinamento non potrà avvenire per semplice decisione o capriccio di autorità e di Governo, ma soltanto per legge» (Ruini). I Costituenti, quindi, vollero riconoscere che «anche in un regime economicamente libero vi sono dei limiti imposti per legge all’impresa», sebbene ispirati a «criteri di elasticità, di guida e direzione» (Ruini).

La verità è che Tremonti, per uscire dall’angolo in cui si è infilato negli ultimi giorni, torna al liberismo più sfrenato: proprio quello che ora è messo in discussione dalla grave crisi economica da cui Tremonti, dopo averla a lungo negata, fatica a uscire. Se non con colpi di scena controrivoluzionari. E sbagliati. Come sempre.