Visualizzazione post con etichetta censura. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta censura. Mostra tutti i post

sabato 16 ottobre 2010

IN INTERNET VERITAS

La ricordate la legge "Ammazza-blog" tanto agognata dal governo (ancora) in carica? Come no! Quella che avrebbe voluto limitare l'informazione anche sul web. Se davvero non la ricordate, vi suggerisco approfondimenti leggendo qui, quo e qua. E' una legge che, purtroppo, sta tornando. In parlamento e en plein air, in pubblico insomma.
I blog, e soprattutto i blogger, vengono dovunque accusati di diffamazione e chiunque ne vorrebbe la chiusura.
Mi (e vi) domando il perché di questa "persecuzione". Sarà che su internet gira e si fa sentire la vox populi che, seppure non è propriamente vox dei, comunque la si veda dice le cose come (più o meno) stanno...aggiungendo, ovviamente, l'ironia ed il sarcasmo che rendono le idee ancora più comprensibili.
E se a capo di questa "persecuzione" si ergono politici e politicanti di ogni "misura" ed estrazione (pseudo)parlamentare la cosa è ben più chiara: la politica, a volte, ha paura della verità. Perché la verità ti fa male, lo so...





Lo so che non ho sbagliato una volta e mai sbaglierò
(la verità ti fa male, lo so)
Non dovresti pensare a me
ma stare più attento a te
C'è già tanta gente che
ce la su con te, chi lo sa perché?


Caterina Caselli docet!

sabato 24 luglio 2010

Don't killing me blogly

(Super)Pippo Civati stamattina fa notare che, per una volta (!), il PD una battaglia degna di essere condotta l'aveva studiata e la sta portando avanti. Ora, ad arricchire la battaglia, c'è anche quest'appello. Benissimo: i blog sono una risorsa dell'informazione e guai a chi li tocca!
Ammazziamo il comma "Ammazza-blog" firmando qui.

P.S. Rimarco qui come, per una buona (e spero non ultima) volta, PD e società civile stiano conducendo una battaglia seria che, cono sicuro, porterà i suoi buoni frutti. In attesa di aggiornamenti, questo è tutto.

domenica 4 luglio 2010

I VERI PENTITI INTERVISTATI DAL TG1

Amici, questo video è tratto dal Tg1 delle 20 di Venerdì 2 Luglio. Giudicate voi!



Lo so, vi ho chiesto di giudicare qualcosa che non merita neanche di esser guardata. Però è lecito domandarsi dove arriveremo di questo passo? Un'informazione così non s'è vista neanche del ventennio fascista. Ma allora il Cav. non c'era...

lunedì 14 giugno 2010

La legge-bavaglio richiama il Ventennio (di Mauro Favale, da la Repubblica)

ROMA - È stato inaugurato il primo ottobre 2006. In Italia è il primo e finora unico monumento alla libertà di stampa. Una macchina tipografica degli anni ' 40 al centro della piazza di Conselice, provincia di Ravenna, attorno alla quale il primo luglio la Federazione nazionale della stampa (Fnsi) si riunirà per una "notte bianca" di protesta contro il ddl sulle intercettazioni. Il monumento evoca l' eccidio nazifascista di tre partigiani che diffondevano stampa clandestina durante la seconda guerra mondiale. Ed esplicitamente Franco Siddi, segretario della Fnsi, fa un parallelo tra il ddl intercettazioni e i provvedimenti contro la stampa adottati durante il fascismo. Conselice anticiperà la mobilitazione del 9 luglio, quando stampa e tv si fermeranno per 24 ore per una giornata di "rumoroso silenzio" durante la quale sarà protagonista anche il Popolo Viola che sta organizzando per la stessa data una manifestazionea Roma.E intanto la "pagina bianca" con la quale Repubblica è uscita venerdì ha fatto il giro del mondo, ripresa da numerose testate estere, da El Pais al brasiliano La Fohla de S.Paulo, da Libération all' argentina La Nacion. Il sindacato giornalisti ha lanciato ieri un appello «a tutti i colleghi per un impegno con il massimo di energia, oggi, per evitare che il Parlamento approvi questo disegno di legge, domani, nella sciagurata ipotesi che fosse approvato per sostenere il nostro ricorso alla commissione europea per i diritti dell' uomo». «In queste ore - spiega la Fnsi - i giornali devono costruire un collegamento profondo con i cittadini ed evidenziare che i diritti che questo disegno tendea cancellare non sono diritti corporativi ma diritti dei cittadini». Il ddl, per il segretario Franco Siddi «richiama il luglio del 1923. Come pesano le parole dell' allora capo del governo, Mussolini, quando ancora non aveva instaurato il regime e ai suoi ministri chiese un provvedimento "sugli abusi a cui si abbandonano senza ritegno taluni organi della stampa italiana" e ordinò di scrivere un decreto per "prevenire e reprimere energicamente e immediatamente gli abusi e i delitti di talune pubblicazioni». «Certo - scrive Siddi in un editoriale su La Nuova Sardegna - non siamo al regime del successivo 1925 e credo che abbiamo gli anticorpi per non arrivarci, ma si sta cambiando l' ordine dei valori morali». La Fnsi, inoltre, chiede una nuova audizione in commissione giustizia della Camera «perché - spiega - il passaggio a Montecitorio del ddl non può essere la mera ratifica del mostro uscito dal Senato». Proseguono, le mobilitazioni in tutta Italia contro il ddl. Il segretario della Cgil, Guglielmo Epifani, ieri dal palco della manifestazione di Roma ha spiegato che «la Cgil non piegherà la schiena. Sulla giustizia e sulla libertà di stampa nessun bavaglio, nessun ostacolo alle indagini». Da ieri è listato a lutto anche il sito internet del Pd. Da parte sua il Popolo Viola sta organizzando manifestazioni di protesta in tutta Italia che accompagneranno l' iter parlamentare del ddl. Finora sono state lanciate due iniziative nazionali: una il 4 luglio («contro i tagli e i bavagli» alla quale ha aderito anche Micromega) e una per il 9 luglio, in contemporanea con lo sciopero dei giornalisti. Un vero e proprio "No bavaglio day" perché scrivono i promotori in un appello «dal 9 luglio nulla sarà più come prima nel nostro Paese».

P.S. Troppa è l'indignazione per quanto sta accadendo con questa legge liberticida. Ieri ho lasciato il blog intonso in segno di protesta. Oggi, però, mi sono affidato alla penna di Mauro Favale. Perchè la vera protesta è continuare ad informare. Con la schiena ritta.
A presto,
ELLEMME

mercoledì 9 giugno 2010

Berlusconi contro tutti (di Ninni Andriolo, da l'Unità)

Silvio contro tutti, ripiombato all’improvviso in piena campagna elettorale. Fendenti a destra e a manca. Magistrati, giornalisti, Consulta, Parlamento, opposizione, alleati di partito, Rai «faziosa» da punire con il mancato rinnovo del contratto di servizio. Tra una gaffe - classica quella sulla Marcegaglia - e l’altra, Berlusconi ha colpito di sguincio anche il Quirinale. Perfino i terremotati dell’Aquila hanno trovato posto nello show andato in scena tra Palazzo Grazioli, dove si riuniva l’ufficio di presidenza Pdl, e l’assemblea di Federalberghi dell’Auditorium Parco della musica. In polemica con la procura per le accuse di omicidio colposo relative al sisma del 2009, Berlusconi ha invitato i dirigenti della Protezione civile a non recarsi più a l’Aquila.

Perché, testuale, «appena vanno in Abruzzo gli saltano addosso, si rischia che qualche mente fragile, che ha avuto parenti morti sotto le macerie, possa sparare un colpo in testa». La tranquilla giornata del Cavaliere era iniziata con l’anatema contro le lobby dei magistrati e dei giornalisti che «ostacolano» la legge sulle intercettazioni e «ci criminalizzano perché dicono che vogliamo impedire la libertà di stampa».

La storiella che si ripete è quella del premier senza poteri, in minoranza nel governo e nel partito sulla manovra economica come sulle intercettazioni. A proposito del ddl in discussione al Senato, il capo del governo si è preoccupato ieri di far sapere che avrebbe voluto un testo «più incisivo». Si è perfino «astenuto» Silvio, mentre tutto il vertice Pdl - finiani compresi - votava a favore «del compromesso raggiunto». Che, si duole Berlusconi, «non onora del tutto gli impegni presi con gli elettori». Un premier «democratico» che non riesce a far prevalere il suo punto di vista e non può governare, così il premier. Le sue dichiarazioni preludono a una offensiva a tutto campo sul presidenzialismo per l’ultimo scorcio di legislatura. La posta in gioco è sempre la stessa: la riconferma a Palazzo Chigi o la scalata al Quirinale nel 2013. Ieri, tuttavia, il Capo del governo ha lanciato un avvertimento a Pdl e i finiani.

Niente scherzi sulle intercettazioni, dopo l’ok del Senato il testo va blindato alla Camera. La decisione dell’ufficio di presidenza Pdl «è vincolante» per tutti i parlamentari azzurri. Intorno all’ultima riscrittura del ddl è maturata l’intesa della «non crisi» tra Berlusconi e Fini. Il Presidente della Camera - ottenute modifiche ascrivibili pubblicamente alla sua iniziativa - ha dato ai suoi l’indicazione di fare squadra con la maggioranza del partito e di astenersi da dichiarazioni «destabilizzanti». In cambio ha ottenuto il riconoscimento di fatto «di una componente che viaggia intorno al 20%». E, assieme, un varco per avanzare una candidatura governativa e di partito per qualcuno dei suoi. «Va ad onore di Berlusconi essersi astenuto perché a suo avviso non manterrebbe in toto gli impegni in materia di tutela della privacy - afferma una nota di Fini - Comunque sono certo che Berlusconi concordi con me sul fatto che la nuova formulazione del ddl fa sì che esso non contrasti con altri impegni presi con gli elettori: quelli in materia di lotta alla criminalità e di difesa della legalità».

Ma il Cavaliere dell’Auditorium, prendendo di petto ieri la «lobby dei magistrati e dei giornalisti» che «ci hanno impedito di giungere a un testo che difenda al 100% il nostro diritto di libertà», ha seminato molto imbarazzo tra i reparti finiani. Il Presidente della Camera, tra l’altro, deve fare i conti con le ricadute della blindatura del ddl e con le perplessità persistenti del Quirinale. E il silenzio del drappello finiano sullo show del Cavaliere parla in modo eloquente. «La sovranità oggi non è più del Parlamento», attacca Berlusconi. Suna legge passa il vaglio del Quirinale «devi sperare che i pm di Magistratura democratica non vadano alla Consulta per farla abrogare...». Un «calvario quotidiano» colpa dei padri costituenti che «hanno frammentato il potere senza riservarne alcuno al premier». E quando un provvedimento esce da Palazzo Chigi «magari tu avevi pensato a un cavallo e dal Parlamento vien fuori un dromedario».

mercoledì 2 giugno 2010

VOGLIA DI EVADERE (PERCHE' NON SI PUO' MORIRE DENTRO)

Un martedì da "Ballarò". Come ogni altro. Ed invece, all'improvviso, tutto cambia! Chiama Lui, Mr. President. E, come al solito, non è mai banale quando si appresta a sparare balle grosse come case.
Breve resoconto: fino a quel momento si parlava della manovra economica del ministro Tremonti e delle sue possibili implicazioni. Senonché ci si spinge a dire due cose che Silvio non digerisce:
1 - che il suo gradimento è in picchiata (lo afferma il sondaggista Nando Pagnoncelli);
2 - che la suddetta manovra non contrasterà appieno l'evasione fiscale e che lo stesso Berlusconi ebbe già modo di dirsi piuttosto favorevole all'evasione fiscale (secondo l'opinione del giornalista Massimo Giannini).
Apriti cielo e si scatenino i fulmini dell'ira presidenziale!
Squilla il telefono in diretta. L'atmosfera si fa elettrica e poi...la sua voce. Ascoltiamola dal vivo!





La replica è come al solito alla sua altezza. Cioè bassa, molto bassa. Perché? Per tre motivazioni che qui vi appunto:
1 - in base a quale criterio metodologico i "suoi" sondaggi sono veritieri e quelli di Pagnoncelli sono errati?
2 - in democrazia (sempre se si ritiene democratica l'Italia!) si attende la replica di chi sostiene le tesi contrarie. Ma forse sarà per abitudine che il Presidente del Consiglio attacchi la cornetta (perché Mondialcasa lo aspetta?) dopo le sue sfuriate...
3 - perché ieri, difendendosi dall'attacco di Giannini che gli dava prove delle sue "affinità evasive" (con buona pace di Goethe), ha affermato che lui non ha mai "giustificato e sostenuto l'evasione fiscale".
Tutto bello, molto bello. Ma, guarda caso, falso! Basta vedere qui sotto.




Correva l'anno 2004. Non un secolo fa, appunto.
Ed io, ancora una volta, vado a dormire pensando al valore delle parole...

venerdì 28 maggio 2010

L'eredità di Tobagi: un valore da custordire (di Ferruccio De Bortoli)


Quel 28 maggio di trent’anni fa, era un mercoledì, pioveva e faceva ancora freddo. La primavera a Milano era stata inclemente e l’emergenza del terrorismo, che vivevamo con angoscia quotidiana, sembrava essersi trasformata persino in un cupo fenomeno atmosferico.

Il cielo color piombo, come i troppi anni di soffocante assedio della violenza e del terrore. La mattina, nello stanzone a pian terreno della cronaca di Milano, scorreva regolare nei suoi riti: il caffè, la riunione, le chiacchiere sciolte. Eravamo in due o tre, non di più. Allora i giornali si facevano soprattutto di sera e di notte, le redazioni si animavano verso le cinque del pomeriggio, il ticchettio assordante delle macchine per scrivere (oggi non lo sopporteremmo) si scatenava verso le sette, le otto. Non passava giorno, in quegli anni, che non venisse ucciso o gambizzato (brutto neologismo dell’epoca) qualcuno. E anche noi giornalisti avevamo la netta sensazione di poter essere, come lo eravamo già stati, nel mirino dei terroristi. C’era chi, esagerando come spesso ci accade, si era comprato un’arma, così per sentirsi più sicuro; chi uscendo di casa cambiava ogni giorno percorso; chi confessava di continuare a guardarsi le spalle.

Fabio Mantica, vice capocronista, un maestro della cronaca, alzò il pesante telefono di bachelite nera. Il suo viso si fece all’improvviso scuro e una smorfia gli disegnò il volto già scavato dagli anni. Era un uomo di poche parole, Mantica, ma di rara umanità. Scattò verso l’uscio e salì di corsa in direzione al primo piano. Walter Tobagi era già stato ucciso, ma noi non lo sapevamo ancora. Non c’erano telefonini, siti online, non c’era twitter, solo quei pesanti telefoni fissi, insopportabili in duplex, che restarono ammutoliti per interminabili secondi, durante i quali i nostri sguardi di cronisti si incrociarono nel tentare di capire che cosa fosse accaduto. Poi cominciarono a squillare tutti insieme. Un inferno. Mantica scese in lacrime quando noi avevamo già capito e ci sentivamo sperduti e paralizzati dal dolore. Si appoggiò allo stipite della porta principale dello stanzone, quasi lasciandosi andare. «Ma forse non è morto », disse un collega. «No, nulla da fare, Walter è morto».

Uscimmo tutti di corsa, saltammo in fretta sulle macchine posteggiate più vicino e ci precipitammo sul luogo dell’agguato. Lungo il tragitto, lo ricordo perfettamente, eravamo in tre, nessuno di noi parlò. Appena arrivati, vedemmo una scena alla quale eravamo largamente abituati e che ormai non ci faceva più il minimo effetto: le pantere della polizia e le gazzelle dei carabinieri, come si diceva allora, le ambulanze, la concitazione, le urla, il disordine assoluto. La gente era assiepata, tenuta a bada con fatica e come prigioniera di un senso generale d’impotenza e di sconforto. Le parole spezzate, gli sguardi fissi. Ma c’era chi girava il capo e proseguiva allungando il passo, cercando di dimenticare tutto in fretta. Come se la battaglia contro il terrorismo fosse stata ormai persa, definitivamente, e si dovesse per forza convivere con il terrorismo omicida. Levando lo sguardo: una sorta di omertà. In altre occasioni un pensiero del genere non mi era venuto in mente, non ci avevo fatto caso. Quella volta sì perché sotto il lenzuolo sporco di sangue e intriso di pioggia c’era uno di noi, un collega, un amico. Il velo di cinismo che accompagna il lavoro del cronista, e ne fa un testimone utile proprio perché non sopraffatto dall’emotività, aveva lasciato il posto al dolore e alla rabbia, a un senso opprimente di ingiustizia.

Mi vergognavo di non averlo provato altre volte, quel sentimento. Ho riletto l’articolo di Fabio Felicetti, pubblicato il giorno dopo l’agguato in prima pagina sul Corriere. Un pezzo di rara tenerezza espressiva e nello stesso tempo asciutto e privo di retorica, quasi distaccato: descriveva quel corpo sbattuto sull’asfalto davanti al ristorante «Dai gemelli», come se lo dovesse toccare, sorreggere, quasi rianimare: la penna schizzata via dal taschino, l’ombrello caduto, la mano che sembrava ancora muoversi. Non dimenticherò di quelle ore convulse il pianto del direttore, Franco Di Bella, il dolore composto del suo vice Gaspare Barbiellini Amidei, il questore Sciaraffia che tentava di consolarli entrambi, la faccia impietrita di Angelo Rizzoli. Ma soprattutto gli sguardi smarriti dei tanti colleghi che erano accorsi lì, in via Salaino, una via sconosciuta, laterale, che poi per molti anni nessuno di noi avrebbe avuto più il coraggio di percorrere. Il direttore Di Bella era uomo duro, schietto, ma di straordinaria carica umana: sembrava aver perduto ogni forza. E ogni speranza. Come noi. Al funerale di Walter gridò la sua rabbia contro uno Stato che non sapeva difendere un suo cittadino. Ancora una volta, come tante volte. Eppure, non lo sapevamo e nessuno di noi lo immaginava, la lotta contro il terrorismo stava per essere vinta grazie ai tanti semi gettati con coraggio in una società provata e disillusa. Molti di quei semi erano nelle parole e negli articoli di Walter, come nei gesti e nell’opera silenziosa di tanti servitori dello Stato.

Il tempo, quel mercoledì, si era fermato all’improvviso. L’arrivo del padre di Walter, il suo urlo («Figlio mio») e il suo amorevole tentativo di nascondere alla nuora Stella la vista del corpo di Walter, ancora schiacciato contro il marciapiede: scene rimaste scolpite per sempre nella mia mente. La rappresentazione del dolore più profondo. Il calvario senza resurrezione. Ma l’immagine che mi è sembrata rappresentare di più la tragedia è quella di Walter ancora vivo, un po’ stanco, ma come sempre arguto e intelligente, la sera prima, al Circolo della Stampa di Milano a un dibattito sull’informazione e sul terrorismo. «È vero, c’è un imbarbarimento della società italiana che tocca tutti, ma sappiamo come nasce, e non possiamo meravigliarci ogni volta che ne scopriamo gli effetti... dobbiamo impedire che si propaghi». Walter parlava, citando Mario Borsa, direttore del «Corriere» nell’immediato dopoguerra, della libertà di stampa e della necessità che il pluralismo fosse garantito dalla corretta e aperta concorrenza fra gruppi editoriali. E aggiungeva: «Non è assolutamente sano in un Paese democratico che la politica si faccia nei palazzi di giustizia». Sono passati trent’anni, tutto è cambiato, ma le parole di Walter conservano una straordinaria attualità. La sua eredità morale e culturale rimane integra e viva. Intatta la testimonianza professionale di un cronista libero; fecondo il lascito di un pensatore riformista; profonda la scia di un cattolico impegnato nella società, desideroso di comprenderne le trasformazioni e di segnalarne con onestà e precisione le anomalie, i germi della violenza e del terrorismo.

Quella mattina, prima di sapere che era stato ucciso, una voce parlava di un portavalori ammazzato. Dopotutto, l’informazione non era errata, Walter è stato ed è il nostro portavalori. E che valori! A noi il compito arduo di custodirli senza retorica e amnesie.

lunedì 24 maggio 2010

IL CINEMA MUTO (regia di Augusto Minzolini)



Ieri l'attore Elio Germano ha ricevuto la Palma d'Oro come Migliore Attore (ad ex aequo con Javier Bardem) al Festival del Cinema di Cannes.
Sul palco ha però detto qualcosa di forte che qui riporto: "Ringrazio di cuore Daniele Luchetti, Rai Cinema e Cattleya che hanno creduto in questo film. E siccome i nostri governanti in Italia rimproverano al cinema di parlare male del nostro Paese, dedico questo premio all'Italia e agli italiani che fanno di tutto per rendere l'Italia un Paese migliore, nonostante la loro classe dirigente".
Dedica tosta. Dedica azzeccata. Ma non per Minzolini che, causa un sedicente "errore tecnico", ha "ammutolito" il bravo attore per poi riportare in fretta e furia la frase su riportata.
Un'immagine orrida: Germano che parla in video e sembra un "pesce" che boccheggia sott'acqua. Ed è forse questo ciò che vogliono questa classe dirigente ed il giornalismo servile (al quale s'è ribbellato Maria Luisa Busi): annegarci in quest'acqua putrida che sta, con inesorabile lentezza, "inondando" tutta l'Italia.