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martedì 15 giugno 2010

Indietro di 40 anni tutto in nome della produttività (di Pippo Civati e Ernesto Ruffini, da l'Unità)

Sembra che l’Italia stia facendo di tutto per spostare le lancette dell’orologio indietro di una quarantina d’anni.E così ci troviamo di slancio in un’epoca precedente al 1970, quando un Parlamento incalzato dai sindacati fu portato ad approvare lo Statuto dei lavoratori. Ma non ci basta, no: rischiamo di scivolare ancora più indietro, quando durante un altro Ventennio, il codice penale considerava lo sciopero come un reato, come un crimine verso l’azienda e verso il Paese.
Con l’avvento della Repubblica democratica fondata sul lavoro, i Costituenti si resero conto che, «se è vero che lo Stato è chiamato a tutelare il lavoro, con ciò non si esclude che anche la classe lavoratrice possa tutelare essa pure direttamente il lavoro » (Ghidini). Tutti i Costituenti, e non solo quelli che militavano nel Pci, ritennero «urgente ed indispensabile che una legge» riconoscesse «il diritto di sciopero dei lavoratori, abrogando i divieti fascisti in materia » (Fanfani) e vollero affermare come diritto «quello che il fascismo definiva a torto delitto» (Merlin). Perché il diritto di sciopero «non è altro che la logica derivazione del diritto alla legittima difesa, non è che una triste necessaria conseguenza di un rapporto di forza (…) fra capitale e lavoro» (Taviani). Era questo il clima in cui fu approvato l’art. 40 della Costituzione.
Ora siamo nel 2010 e la Costituzione e lo Statuto dei lavoratori sono diventate figure mitologiche rimpiante con nostalgia da qualche romantico isolato. Annuncio dopo annuncio, proclama dopo proclama, di quelle conquiste rischiamo che non rimanga più neanche il ricordo. Così, assistiamo increduli alla nuova stagione ricostituente che si sta consumando a Pomigliano: dopo l’attacco (retorico) della scorsa settimana all’articolo 41 della Costituzione italiana, ora dobbiamo registrare l’attacco (effettivo) all’articolo 40. Un articolo al giorno leva la Costituzione di torno.
Un invito alla responsabilità è stato rivolto dall’azienda ai lavoratori. E i lavoratori della Fiat questo caloroso appello l’hanno raccolto e hanno accettato una profonda riorganizzazione e l’intensificazione dei turni di lavoro, compreso il sabato notte. Ma, anche in questo caso, non bastava: ci voleva anche la compressione del diritto di sciopero.
Tutto all’insegna della modernizzazione e della produttività, ovviamente. E di una riforma dello Statuto dei lavoratori, che forse in futuro non sarà nemmeno necessaria: perché dello Statuto e degli opportuni riferimenti costituzionali si può anche fare a meno. A Pomigliano e nel resto del Paese.


P.S. Ecco una traccia su cui tutti a sinistra dovremmo lavorare: il lavoro. Noi del PD di Laterza, infatti, faremo un pubblico incontro con i lavoratori della Natuzzi (parlando anche della situazione nazionale) il 26 di Giugno. E' un primo passo. Ma non l'ultimo, ovviamente.
A presto,
ELLEMME

domenica 6 giugno 2010

Il liberismo di ritorno: Tremonti e il grave attacco all'art. 41 (di Pippo Civati e Ernesto Ruffini, da l'Unità)

L’ultimo annuncio del Governo degli annunci è quello di Giulio Tremonti che, per rilanciare l’economia, intende liberalizzare interamente l’attività delle piccole imprese: «una radicale autocertificazione per i protagonisti dell’economia reale». Una deroga della durata di tre anni a tutti gli innumerevoli adempimenti cui sono costretti i piccoli imprenditori. Poi alza il tiro: occorre intervenire anche sulla Costituzione, modificando l’art. 41 (sì, oggi tocca al 41), che impone insopportabili limiti all’iniziativa economica privata.

Ma cosa c’entra la Costituzione con la semplificazione? E poi, come s’intende intervenire sull’art. 41? Eliminando ogni limite all’iniziativa economica privata, secondo il facile slogan secondo cui «tutto deve essere libero tranne ciò che è proibito»? In realtà, l’esigenza della semplificazione non è certo un’invenzione di Tremonti, ma nessuno aveva mai pensato di toccare a questo scopo la prima parte della nostra Carta. Lo ha sottolineato Pierluigi Bersani: «con l’art. 41 della Costituzione in vigore si possono fare tutte le semplificazioni che si vogliono». Anche perché l’art. 41 non pone alcun freno particolare all’economia privata, ma si limita ad affermare che «è libera», che «non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana» e che «la legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali».

Principi di grande importanza , soprattutto in un momento come questo. E i Costituenti intesero riconoscere la «funzione sociale» dell’iniziativa economica (Ghidini), che deve convergere «verso il bene comune» (La Pira) e che non può «prescindere dai controlli e dagli interventi a fini positivi di coordinamento» (Mortati). In questa prospettiva, fecero notare «ai pavidi d’ogni interventismo statale che è per essi una garanzia, nel senso che il coordinamento non potrà avvenire per semplice decisione o capriccio di autorità e di Governo, ma soltanto per legge» (Ruini). I Costituenti, quindi, vollero riconoscere che «anche in un regime economicamente libero vi sono dei limiti imposti per legge all’impresa», sebbene ispirati a «criteri di elasticità, di guida e direzione» (Ruini).

La verità è che Tremonti, per uscire dall’angolo in cui si è infilato negli ultimi giorni, torna al liberismo più sfrenato: proprio quello che ora è messo in discussione dalla grave crisi economica da cui Tremonti, dopo averla a lungo negata, fatica a uscire. Se non con colpi di scena controrivoluzionari. E sbagliati. Come sempre.