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giovedì 28 marzo 2013

Ieri e oggi

Ieri ero qui. A parlare di ambiente e partecipazione giovanile alla vita della città e del Paese. Emozioni forti, per uno che ci crede come me. Ancora più bello, farlo nella palestra del mio vecchio liceo.
Rispondere alle domande dei ragazzi e cercare di trasmettere loro un po' di fiducia è il primo compito per un amministratore. Sentire, poi, che l'assemblea gli è piaciuta e che le mie parole hanno lasciato un segno vuol dire che la mattina è stata bella e interessante. Mica solo perché c'era Pinuccio.

Oggi riprendo il lavoro per l'estate cercando di capire come stupirvi con il meglio che l'arte italiana, pugliese e locale può offrire. Concerti, teatro, cinema, ambiente e tradizioni: le tracce ci sono da tempo. Saremo all'altezza anche quest'anno!

Buona giornata :)

lunedì 8 novembre 2010

Lode del dubbio (di Bertolt Brecht)

Sia lode al dubbio! Vi consiglio, salutate
serenamente e con rispetto chi
come moneta infida pesa la vostra parola!
Vorrei che foste accorti, che non deste
con troppa fiducia la vostra parola.


Leggete la storia e guardate
in fuga furiosa invincibili eserciti.
In ogni luogo
fortezze indistruttibili rovinano e
anche se innumerabile era l'armata salpando,
le navi che tornarono
le si potè contare.
Fu così un giorno un uomo sulla inaccessibile vetta
e giunse una nave alla fine
dell'infinito mare.

Oh bello lo scuoter del capo
su verità incontestabili!

Oh il coraggioso medico che cura
l'ammalato senza speranza!

Ma d'ogni dubbio il più bello
è quando coloro che sono
senza fede, senza forza, levano il capo e
alla forza dei loro oppressori
non credono più!

Oh quanta fatica ci volle per conquistare il principio!
Quante vittime costò!
Com'era difficile accorgersi
che fosse così e non diverso!
Con un respiro di sollievo un giorno
un uomo nel libro del sapere lo scrisse.

Forse a lungo là dentro starà e più generazioni
ne vivranno e in quello vedranno un'eterna sapienza
e spezzeranno i sapienti chi non lo conosce.
Ma può avvenire che spunti un sospetto, di nuove esperienze,
che quella tesi scuotano. Il dubbio si desta.
E un altro giorno un uomo dal libro del sapere
gravemente cancella quella tesi.

Intronato dagli ordini, passato alla visita
d'idoneità da barbuti medici, ispezionato
da esseri raggianti di fregi d'oro, edificato
da solennissimi preti, che gli sbattono alle orecchie
un libro redatto da Iddio in persona,
erudito da impazienti pedagoghi, sta il povero e ode
che questo mondo è il migliore dei mondi possibili e che il buco
nel tetto della sua stanza è stato proprio previsto da Dio.
Veramente gli è difficile
dubitare di questo mondo.
Madido di sudore si curva l'uomo
che costruisce la casa dove non lui dovrà abitare.

Ma sgobba madido di sudore anche l'uomo
che la propria casa si costruisce.
Sono coloro che non riflettono, a non
dubitare mai. Splendida è la loro digestione,
infallibile il loro giudizio.
Non credono ai fatti, credono solo a se stessi.

Se occorre, tanto peggio per i fatti.
La pazienza che han con se stessi
è sconfinata. Gli argomenti
li odono con gli orecchi della spia.

Con coloro che non riflettono e mai dubitano
si incontrano coloro che riflettono e mai agiscono.
Non dubitano per giungere alla decisione, bensì
per schivare la decisione.
Le teste
le usano solo per scuoterle. Con aria grave
mettono in guardia dall'acqua i passeggeri dl navi che affondano.
Sotto l'ascia dell'assassino
si chiedono se anch'egli non sia un uomo.

Dopo aver rilevato, mormorando,
che la questione non è ancora sviscerata vanno a letto.
La loro attività consiste nell'oscillare.
Il loro motto preferito è: l'istruttoria continua.

Certo, se il dubbio lodate
non lodate però
quel dubbio che è disperazione!
Che giova poter dubitare, a colui
che non riesce a decidersi!
Può sbagliare ad agire
chi di motivi troppo scarsi si contenta!
Ma inattivo rimane nel pericolo
chi di troppi ha bisogno.

Tu, tu che sei una guida, non dimenticare
che tale sei, perché hai dubitato
delle guide! E dunque a chi è guidato
permetti il dubbio!

lunedì 4 ottobre 2010

Il Manifesto dei cervelli in fuga (di Mauro Munafò, da L'espresso.it)

E' una classe dirigente in esilio. Giovani con laurea e master fuggiti dall'Italia per cercare un posto in cui essere valorizzati senza giochi di potere, parentopoli e raccomandazioni. Esperienze e storie che provano a riunirsi intorno a un Manifesto degli Espatriati, un agile documento di dieci punti che fotografa la situazione del Bel Paese tra ricambi generazionale mai avvenuti e welfare state inesistenti.

E' questa la provocazione lanciata da Sergio Nava e Claudia Cucchiarato, autori rispettivamente di "Fuga di talenti" e "Vivo Altrove", due libri che denunciano la situazione dell'emigrazione professionale dal nostro paese: la cosiddetta fuga dei cervelli. Il loro manifesto, appena lanciato, vuole "denunciare tutto ciò che in Italia non funziona – recita il testo - impedendo ai giovani di emergere: dai processi selettivi carenti alla gerontocrazia e raccomandazione imperanti, dal Welfare State inesistente per i giovani al ricambio generazionale mancato.

Il "Manifesto" mette nero su bianco le cause dell'espatrio di centinaia di migliaia di giovani italiani. Brillanti, ma senza gli "agganci" giusti". Un documento aperto alle firme di tutti quegli italiani emigrati che sperano un giorno di tornare, ma con un paese diverso da quello che hanno lasciato. "Dalle storie che abbiamo raccolto – spiega Sergio Nava, autore di "Fuga di talenti" - emergevano quasi sempre gli stessi motivi che costringevano i ragazzi alla fuga. Allora abbiamo deciso di lanciare questo manifesto per inviarlo alle autorità e far crescere la consapevolezza di questo fenomeno in corso".

Una corsa all'estero dei talenti più preparati, aggravata dall'incapacità del nostro paese di attirare i cervelli altrui. Secondo i dati di una ricerca della fondazione Debenedetti, su cento laureati nel nostro paese solo il 2,3% sono stranieri, mentre la media dei paesi Ocse è del 10,45%.

I laureati italiani che sono andati a lavorare in altri paesi Ocse sono quasi 400 mila, mentre solo 85 mila sono gli stranieri arrivati qui con laurea: un saldo negativo di oltre 300 mila cervelli. "Questo dato – spiega Nava – è ancora più preoccupante se si considera che la percentuale di laureati in Italia è molto bassa e quei pochi che abbiamo sono costretti ad andarsene".

Numeri completi sul fenomeno non ne esistono, e anche l'anagrafe degli italiani all'estero raccoglie solo una parte dei connazionali andati via. Anche per questo Repubblica.it e Claudia Cucchiarato hanno lanciato un censimento per radunare dei dati utili.

Le iniziative degli ultimi anni per il "contro esodo" di cervelli, promosse da Regioni e Governi, non hanno ottenuto grandi risultati. "Il problema – continua Nava – è che questi ponti creati dalle istituzioni con agevolazioni fiscali sono giusti, ma se dall'altra parte del ponte rimane il sistema italiano, allora perché tornare? Chi ha 35 anni è considerato un ragazzino, chi ha un curriculum internazionale finisce dietro a chi è stato sempre fedele a un sistema". Più che una semplice denuncia del fenomeno, che va avanti da più di dieci anni, il Manifesto degli Espatriati vuole però costruire una comunità e dargli una voce. "Chi va via dall'Italia finisce per tagliare i ponti con il mondo del lavoro italiano, in cui un curriculum vitae internazionale conta meno di un cognome. Se vai in un altro paese significa che non esisti più per l'Italia, e questo non è possibile".

Ecco allora che il Manifesto cerca di riunire la massa critica degli emigrati per farli "pesare" davvero e fare pressione contro la mentalità provinciale che domina nei piani alti nostrani. Il punto numero dieci del manifesto è, in questo senso, un piano di battaglia: "Noi giovani professionisti italiani espatriati intendiamo impegnarci, affinché l'Italia torni ad essere un "Paese per Giovani", meritocratico, moderno, innovatore. Affinché esca dalla sua condizione terzomondista, conservatrice e ipocrita. E torni ad essere a pieno titolo un Paese europeo e occidentale. Ascoltate la nostra voce".

giovedì 19 agosto 2010

La nostalgia (da L'ignoranza di Milan Kundera)

In greco “ritorno” si dice nòstos. Álgos significa “sofferenza”. La nostalgia è dunque la sofferenza provocata dal desiderio inappagato di ritornare.
Per questa nozione fondamentale la maggioranza degli europei può utilizzare una parola di origine greca (nostalgia, nostalgie), poi altre parole che hanno radici nella lingua nazionale: gli spagnolo dicono "añoranza", i portoghesi "saudade". In ciascuna lingua queste parole hanno una diversa sfumatura semantica. Spesso indicano esclusivamente la tristezza provocata dall’impossibilità di ritornare in patria. Rimpianto della propria terra. Rimpianto del paese natio. Il che, in inglese, si dice "homesickness". O in tedesco "Heimweh". In olandese: "heimwee". Ma è una riduzione spaziale di questa grande nozione. Una delle più antiche lingue europee, l’islandese, distingue i due termini: "söknudur" (“nostalgia” in senso lato); e "heimfra" (“rimpianto della propria terra”). Per questa nozione i cechi, accanto alla parola “nostalgia” presa dal greco, hanno un sostantivo tutto loro: "stesk". La più commovente frase d’amore ceca: "stỳskà se mi po tobě": “ho nostalgia di te”; “non posso sopportare il dolore della tua assenza”. In spagnolo, "añoranza" viene dal verbo "añorar" (“provare nostalgia”), che viene dal catalano "enyorar", a sua volta derivato dal latino ignorare. Alla luce di questa etimologia, la nostalgia appare come la sofferenza dell’ignoranza. Tu sei lontano, e io non so che ne è di te. Il mio paese è lontano e io non so cosa succede laggiù.
Alcune lingue hanno qualche difficoltà con la nostalgia: i francesi non possono esprimerla se non con il sostantivo di origine greca e non hanno il verbo relativo; "Je m’ennuie de toi" (“sento la tua mancanza”), ma il verbo "s’ennuyer" è debole, freddo, e comunque troppo lieve per un sentimento cosi grave. I tedeschi utilizzano di rado la parola “nostalgia” nella sua forma greca e preferiscono dire "Sehnsucht": “desiderio di ciò che è assente”; ma la Sehnsucht può applicarsi a ciò che è stato come a ciò che non è mai stato (una nuova avventura) e quindi non implica di necessità l’idea di un nòstos; per includere nella Sehnsucht l’ossessione del ritorno occorrerebbe aggiungere un complemento: Sehnsucht nach der Verganghenheit, nach der verlorenen Kindheit, nach der ersten Liebe (“desiderio del passato, dell’infanzia, del primo amore”).

mercoledì 4 agosto 2010

Il Caligola "assurdo" di Albert Camus


Potere assoluto è chiedere a un popolo di credere, per il solo comando del proprio imperatore, che l’impossibile non sia tale. Che la luna possa stare nel cielo o nella sua mano, indifferentemente. Ma il potere non è mai abbastanza assoluto, la luna resta appesa nel firmamento. E chi muore rimane morto: il segreto non si svela, l’assurdo resta assurdo. Spingerlo “alle estreme conseguenze” non serve ad altro che condannarsi a finire, diventare radicalmente incapaci di vivere.

Sono forse questi i messaggi principali del Caligola riscritto in forma teatrale da Albert Camus nel 1941, in un mondo che sta per spingere davvero l’insensatezza al cuore della realtà. La vicenda, è noto, racconta gli ultimi giorni dell’imperatore, che in lutto per la perdita dell’amata smarrisce il senno e inizia a disporre delle vite umane e del mondo che lo circonda a suo completo piacimento, fino a causare una congiura che lo ucciderà. Ma è solo un pretesto: in poco più di sessanta pagine, infatti, le epoche svaniscono e si fondono, e una trama scarna, essenziale perde ogni ambizione narrativa per diventare puro distillato di pensiero.

Anche se la tentazione di una lettura storica, in particolare in riferimento all’epoca dei totalitarismi, è forte: ci sono il terrore dei figli e dei padri mandati a morte senza motivo, la cultura del sospetto, l’utilizzo della violenza sessuale come passatempo e il disprezzo delle masse elevato a unica fonte di serenità. C’è l’idea orwelliana che la schiavitù sia libertà riletta attraverso il mito dell’esecuzione liberatrice. C’è la colpevolezza oggettiva, che in Hitler era dell’ebreo e in Caligola dei sudditi in quanto sudditi. Una mistica della morte arbitraria, dunque, della libertà come accettazione di un dominio irrefrenabile, che si spinge fino all’obbedienza anche nel momento in cui venga oltraggiata la moglie davanti agli occhi, o sterminata la propria famiglia. Anche in questi casi, la libertà del suddito è di sorridere o morire.

Eppure la vera vicenda resta tutta interna alla mente di Caligola, il vero cardine non è politico ma esistenziale. Così che il mondo dell’imperatore diviene insensato quando è la sua esistenza, senza Drusilla, a divenire insensata. E il “mostro” attraverso l’esercizio di un potere sanguinario, in cui “la poesia provoca l’azione e il sogno la realizza”, scopre solamente se stesso, non il dolore altrui. Ciò che gli rimarrà sempre precluso, infatti, è proprio quella capacità di amare per cui inizialmente si condannava.

Ecco, la pratica del male lascia Caligola con una terribile certezza, che gli impedisce di continuare a esistere: anche il dolore per la morte di Drusilla era soltanto un “alibi”. Un modo per celare che Caligola è solo un uomo incapace di empatia e, dunque, di eternità. Perché ciò che realmente ossessiona l’imperatore è la fugacità del tutto, che associa immediatamente – e senza scampo – a una indefinibile mancanza di senso. Non sono né l’amore né l’odio, ma l’insicurezza a ucciderlo. La stessa che armerà la mano dei suoi carnefici. Per questo “Drusilla vecchia sarebbe peggio di Drusilla morta”: perché quella vecchiaia avrebbe rivelato che perfino quello che credeva “troppo amore” non era che menzogna, desiderio di piacere carnale. O meglio, una conferma che l’impossibile è davvero impossibile. Chi non è in grado di accettare questa semplice identità – ammonisce Camus per questa ed ogni epoca – è destinato a ricoprire di sangue il suo cammino e, se gliene viene data l’opportunità, quello del mondo intero.

martedì 13 luglio 2010

La Cosa (da La nausea di Jean-Paul Sartre)

La Cosa, che aspettava, si è svegliata, mi si è sciolta addosso, cola dentro di me, ne son pieno... Non è niente: la Cosa sono io. L'esistenza liberata, svincolata, refluisce in me. Esisto.
Esisto. È dolce. Dolcissimo. Ho la bocca piena d'acqua spumosa. L'inghiotto, mi scivola in gola, mi carezza, ed ecco che mi rinasce in bocca: nella bocca mi rimane di continuo una piccola pozza d'acqua biancastra, discreta, che mi sfiora la lingua. E questa pozza sono ancora io. E la lingua. E la gola, sono io.
Vedo la mia mano che si schiude sul tavolo. Essa vive – sono io. Si apre, le dita si spiegano e si tendono. È posata sul dorso. Mi mostra il suo ventre grasso. Sembra una bestia rovesciata. Le dita sono le zampe. Mi diverto a muoverle, in fretta come le zampe di d'un granchio caduto sul dorso. Il granchio è morto, le zampe si rattrappiscono, si richiudono sul ventre della mia mano. Vedo le unghie – la sola cosa di me non viva. E ancora. La mia mano si rivolta, si stende pancia a terra, adesso mi presenta il dorso. Un dorso argentato, un po' brillante – sembrerebbe un pesce, se non avesse dei peli rossi al principio delle falangi. Sento la mia mano. Sono io, queste due bestie che s'agitano all'estremità delle mie braccia. La mia mano si gratta una zampa con l'unghia d'un'altra zampa: sento il suo peso sul tavolo, che non sono io. Continua, continua quest'impressione del peso, non passa mai. Non c'è ragione perchè passi. Alla lunga è intollerabile... Ritiro la mano, me la metto in tasca. Ma subito, attraverso la stoffa, sento il calore della coscia. Ritraggo subito la mano di tasca e la lascio penzolare contro lo schienale della sedia. Adesso ne sento il peso in cima al braccio. Pesa un po', appena appena, mollemente, midollosamente esiste. Non insisto più: dovunque la metta, continuerà ad esistere ed io continuerò a sentire che esiste; non posso sopprimerla, come non posso sopprimere il resto del mio corpo, il calore umido che m'insudicia la camicia, né tutto questo grasso caldo che si muove pigramente come se lo si rimescolasse col cucchiaio, né tutte le sensazioni che circolano lì dentro, che vanno e vengono, che salgono dal fianco all'ascella, oppure vegetano tranquillamente, dal mattino alla sera, nel loro angolo abituale.
Mi alzo di scatto: se soltanto potessi smettere di pensare, andrebbe già meglio. I pensieri, non c'è niente di più insipido. Ancora più insipido della carne. Si trascinano a non finire e lasciano un gusto strano. E poi ci sono le parole, dentro i pensieri, le parole incompiute, le frasi abbozzate che ritornano sempre [...]

venerdì 9 luglio 2010

Jean-Paul Sartre: Le mani sporche

Le mani sporche (Les mains sales) è un dramma in sette scene scritto da Jean-Paul Sartre. L'azione si svolge in un paese fittizio dei Balcani durante la seconda guerra mondiale, mentre inizia la disfatta tedesca e all'interno del partito comunista già si pongono i problemi del dopoguerra.
Hoederer, capo dell'ufficialità comunista, è schierato su posizioni collaborazioniste, ma gli altri dirigenti del partito non condividono la sua linea politica e decidono di eliminarlo. Incaricato di questa missione è Hugo, giovane intellettuale marxista di origini borghesi. Hugo si stabilisce con la moglie Jessica in casa di Hoederer come segretario.
I due oppongono i rispettivi punti di vista: Hugo vuole solo preservare la purezza del suo ideale, mentre Hoederer crede in una politica efficace anche se per applicarla si è costretti a "sporcarsi le mani". Hoederer capisce che il vero problema di Hugo è quello di sentirsi respinto da ogni collettività umana, escluso dal mondo borghese per sua scelta, lo è anche dal mondo proletario in cui non è nato. Hoederer si propone di aiutarlo. Dopo qualche esitazione Hugo sta per accettare quando scopre Jessica tra le braccia di Hoederer. Credendosi preso in giro, lo uccide. All'uscita della prigione Hugo scopre che la linea politica di Hoederer è stata ufficialmente accettata da tutti i dirigenti che ora vorrebbero fargli ammettere che ha ucciso per ragioni esclusivamente personali. Hugo rifiuta questa interpretazione strumentale del suo atto, e si getta sotto i proiettili dei suoi ex-compagni.

Eccone un piccolo estratto significativo di quello che il rapporto di un uomo politico con gli altri.
[...]
Hoederer: "Allora perché sei venuto tra noi? Se non si amano gli uomini, non si può lottare per loro".
Hugo: "Sono entrato nel Partito perché la sua causa è giusta e non ne uscirò che quando essa avrà cessato di esserlo. Quanto agli uomini, non mi interessa quello che sono, ma quello che potranno diventare".
Hoederer: "E io li amo per quello che sono. Con tutte le loro porcherie e i loro vizi. Amo la loro voce, le loro mani calde che prendono, e la loro pelle, la più nuda di tutte le pelli, e il loro sguardo inquieto, e la lotta disperata che portano a uno a uno contro la morte e l’angoscia. Per me conta, un uomo di più o di meno nel mondo. È prezioso. Tu, ti conosco bene, ragazzo, sei un distruttore. Gli uomini li detesti, perché detesti te stesso; la tua purezza assomiglia alla morte, e la rivoluzione che sogni non è la nostra: tu non vuoi cambiare il mondo, vuoi farlo saltare".


P.S./1: Pubblico questa sintesi e questo breve dialogo perchè la politica è così: abbiamo tutti uno Hugo e uno Hoederer dentro di noi. Amare per cambiare vs. Amare per amore...
P.S./2: E poi lo "sporcarsi le mani" di Sartre va letto bene. Non è una posizione supina alle combutte, agli intrighi e alle corruzioni. Ma è un impegno severo e sudato. Una dannazione in vista di una redenzione. "Basta" essere forti...
P.S./3: Questo post ha un suo senso (e peso) specifico. Nulla è mai pe niente. Basta capirlo!

mercoledì 16 giugno 2010

La storia degli altri (da Pastorale Americana di Philip Roth)

[...]Lotti contro la tua superficialità, la tua faciloneria, per cercare di accostarti alla gente senza aspettative illusorie, senza un carico di pregiudizi, di speranze o di arroganza, nel modo meno simile a quello di un carro armato, senza cannoni, mitragliatrici e corazze d'acciaio spesse quindici centimetri; offri alla gente il tuo volto più bonario, camminando in punta di piedi invece di sconvolgere il terreno con i cingoli, e l'affronti con larghezza i vedute, da pari a pari, da uomo a uomo, come si diceva una volta, e tuttavia non manchi mai di capirla male.
Tanto varrebbe avere il cervello di un carro armato.
La capisci male prima d'incontrarla, mentre pregusti il momento in cui l'incontrerai; la capisci male mentre sei con lei; e poi vai a casa, parli con qualcun altro dell'incontro, e scopri ancora una volta di aver travisato.
Poiché la stessa cosa capita, in genere, anche ai tuoi interlocutori, tutta la faccenda è', veramente, una colossale illusione priva di fondamento, una sbalorditiva commedia degli equivoci.
Eppure, come dobbiamo regolarci con questa storia, questa storia cosi' importante, la storia degli altri, che si rivela prima del significato che secondo noi dovrebbe avere e che assume invece un significato grottesco, tanto siamo male attrezzati per discernere l'intimo lavorio e gli scopi invisibili degli altri?
Devono, tutti,andarsene e chiudere la porta e viver isolati come fanno gli scrittori solitari, in una cella insonorizzata, creando i loro personaggi con le parole e poi suggerendo che questi personaggi di parole siano più vicini alla realtà delle persone vere che ogni giorno noi mutiliamo con la nostra ignoranza?
Rimane il fatto che, in ogni modo, capire bene la gente non e' vivere.
Vivere è' capirla male, capirla male e male e poi male e, dopo un attento riesame, ancora male.
Ecco come sappiamo di essere vivi: sbagliando.
Forse la cosa migliore sarebbe dimenticare di avere ragione o torto sulla gente e godersi semplicemente la gita.
Ma se ci riuscite...Beh, siete fortunati.