Ieri Ferrara annunciava le dimissioni di B.. E la borsa si rialzava come per incanto. Poi B. smentisce e tutto torna come prima. L'annuncio di Ferrara l'ha fatto "per vedere l'effetto che fa", per dirla con Jannacci. E l'effetto è palese: ormai le borse (come l'Europa) non hanno più fiducia in quest'esecutivo e nel capo del governo.
In mezzo, è accaduto questo e addirittura questo.
Oggi, otto novembre duemilaundici, Berlusconi spiega che "continuerà a lottare", come nella classica tradizione dei generali che fanno affondare la loro truppa con loro. Ma appare emaciato, stanco. In Italia i conti non tornano. E non solo i suoi.
Un'idea me la sono fatta, però: Berlusconi, comunque la si pensi, è finito...e la lira...ops...la borsa s'impenna!
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martedì 8 novembre 2011
venerdì 4 novembre 2011
Flexicurity: il futuro del lavoro?
Per parlare di un'idea rivoluzionaria. Per l'Italia, ovviamente. Perché altrove...
giovedì 10 febbraio 2011
SOSTIENE MATERA
Che io non sia Thomas Mann, come il buon Pereira, questo è ovvio. Il contesto storico-sociale nel quale vivo è, per fortuna, diverso rispetto agli anni nei quali "vive e opera" il Pereira di Antonio Tabucchi.
In questa scena tratta dal film "Sostiene Pereira" (il mio consiglio è di leggere il libro e poi vedere il film: entrambi stupendi), la signora Delgado suggerisce a Pereira di "fare qualcosa, raccontare quello che succede, fare sentire che non è d'accordo". Sono gli anni tetri del fascismo portoghese di Salazar. I miei, dicevo, sono tempi migliori. Ma, si sa, che anche quando tutto va bene c'è qualcosa che non va.
La Laterza nella quale vivo, come l'Italia, è un paese tristemente depresso e schiacciato nella noia e nell'apatia della vita quotidiana. La colpa è di tutti: perchè dove uno rinuncia a cambiare, l'altro contribuisce a peggiorare.
E siccome non sono Thomas Mann (e neppure Pereira che almeno aveva un giornale su cui scrivere!), la mia opinione la leggono in pochi ma la leggono bene. E io la scrivo su questo blog.
Questo paese vive male e, probabilmente, sempre peggio vivrà per colpa della politica. O, perlomeno, la politica fatta come la si faceva prima. Non è nell'anagrafe, però, che una politica è vecchia...ma nei modi.
Laterza, come l'Italia, ha bisogno di verità dopo aver dormito per anni pensando che tutto andasse bene.
Laterza, come l'Italia, ha bisogno di persone che facciano politica per passione e non per tornaconto economico o di visibilità.
Laterza, come l'Italia, ha bisogno di riappassionarsi alla politica, alla cultura e alla vita.
Laterza, come l'Italia, ha bisogno di una scossa forte della realtà, di umiltà, di tenacia e di moralità.
Io sono solo un giovane teorico innamorato delle parole ma che conosce il peso delle azioni. Ho provato a fare quello che ho poco sopra riportato: sono soddisfatto e sono anche cresciuto molto. Forse troppo.
Io sono per un modo nuovo di far politica che agisca, con tutte le persone di buona volontà (e, quindi, me ne sbatto dell'anagrafe), nel senso da me indicato.
Non m'importa l'età, ma la mente: le persone valgono se sanno ragionare.
Non m'importa dei voti e non m'importa delle liste...m'importa delle idee e delle emozioni che queste possono trasmettere.
Probabilmente, per come ragiono io...la sinistra non vincerà mai. Ma, infondo infondo, vincere senza saper che fare...a cosa serve?
In questa fase, la sinistra laertina (me compreso) si sta arrovelando con passione sul "cosa fare e come farlo". Ma ben presto arriveranno i tempi delle scelte che "contano di più". Lì io non ci sarò, per scelta personale. Mentre altri torneranno. Come sempre, d'altronde.
Anche Pereira alla fine diventa rivoluzionario e grida contro lo schifo che lo circonda (come dovrebbe fare ogni persona colta). Matera, invece, è più giovane ed è sempre stato rivoluzionario. Rivoluzionario di sogni. Perché così capiva la realtà...che, infondo, è un sogno all'incontrario.
PENSIERI DEL (DIS)IMPEGNO - Atto II
Riflessione internazionale: Egitto, Marocco e (tra pochissimo, a quanto pare) Libia sono in rivolta (chi da tempo, chi da poco). Quella egiziana (l'unica effettivamente in corso), l'hanno chiamata "rivoluzione della Dignità" contro un regime illiberale.
Le lucide riflessioni di Barbara Spinelli (questo il link) sono interessanti perché portano all'attenzione del lettore le peculiarità della non-rivolta italiana. Parlando dei perché di una immutata leadership del premier si cita lo scrittore Izaguirre che ebbe a dire: "Le sue debolezze sono in realtà forze nascoste: "La corruzione, quando si espone, crea meraviglia. La capacità di scansare ogni controllo e di schivare la giustizia affascina. Affascina anche l'epifania finale dell'anziano concupiscente. Nella "rivoluzione del gusto" che questi impersona, l'epifania è l'unica opzione per l'uomo maturo moderno, e ineluttabilmente attrae un elettorato che condivide sogni di eterna gioventù".
E' interessante e, a mio avviso, condivisibile questo discorso: Berlusconi è come tutti(!) vorrebbero essere. La ricchezza, le belle e giovani donne a disposizione, il potere...a chi dispiacerebbero?
Le contromosse? La Spinelli suggerisce che "nessun politico dovrebbe, oggi, invitare gli italiani a sognare un paese diverso. L'Italia ha già troppo sognato. Nel caldo delle illusioni ha disimparato lo sguardo freddo, snebbiato. Non di sogni c'è bisogno, ma di risvegli". Giusto, per carità. Ma come fare?
L'assonnato, si sa, capisce solo il sogno. E il sogno è, spesso, più bello della realtà. Per farla breve: per svegliarmi ho bisogno di essere scosso. Ma non sempre ciò che vedrò mi piacerà...e probabilmente vorrei ricadere nell'ovattato sogno che facevo pocanzi.
Per carità, ciò che dice la Spinelli è essenzialmente giusto...ma pone il grosso problema della "forza della realtà" contro la "forza del sogno". La realtà potrebbe vincere solo "ai supplementari", dopo una guerra di logoramento. Ma, in questi tempi "del tutto e subito", siamo sicuri che ci sarà ancora un'Italia-dopo-il-sogno? E che Italia sarà?
Dopotutto, credo sia legittimo che gli scarsi investimenti nella cultura e nell'istruzione siano parte di un "piano" (lungi da me paventare ipotesi spionistiche, però), di una strategia volta a logorare, a consumare il lato critico (e, se vogliamo, morale) del pensiero degli italiani. Berlusconi è ormai il (sex) symbol di molti italiani a-critici (e in questo discorso non c'è la presunzione di verità che spesso si imputa alla sinistra o al pensiero libero). Berlusconi è, freudianamente, l'Ideale dell'Io italico. E come può un uomo battere il proprio Io Ideale, se quest'ultimo è sempre e comunque migliore?
P.S. In queste settimane, nelle quali divampava il caso Ruby, lo scandalo concussio-sessuale del premier...il mio blog è stato fermo causa preparazione esame di Storia Moderna. Ho ripreso i miei pensieri con la parte critica all'evento, conscio del fatto che siate già ben informati dell'accaduto.
Un caro saluto,
LM
Le lucide riflessioni di Barbara Spinelli (questo il link) sono interessanti perché portano all'attenzione del lettore le peculiarità della non-rivolta italiana. Parlando dei perché di una immutata leadership del premier si cita lo scrittore Izaguirre che ebbe a dire: "Le sue debolezze sono in realtà forze nascoste: "La corruzione, quando si espone, crea meraviglia. La capacità di scansare ogni controllo e di schivare la giustizia affascina. Affascina anche l'epifania finale dell'anziano concupiscente. Nella "rivoluzione del gusto" che questi impersona, l'epifania è l'unica opzione per l'uomo maturo moderno, e ineluttabilmente attrae un elettorato che condivide sogni di eterna gioventù".
E' interessante e, a mio avviso, condivisibile questo discorso: Berlusconi è come tutti(!) vorrebbero essere. La ricchezza, le belle e giovani donne a disposizione, il potere...a chi dispiacerebbero?
Le contromosse? La Spinelli suggerisce che "nessun politico dovrebbe, oggi, invitare gli italiani a sognare un paese diverso. L'Italia ha già troppo sognato. Nel caldo delle illusioni ha disimparato lo sguardo freddo, snebbiato. Non di sogni c'è bisogno, ma di risvegli". Giusto, per carità. Ma come fare?
L'assonnato, si sa, capisce solo il sogno. E il sogno è, spesso, più bello della realtà. Per farla breve: per svegliarmi ho bisogno di essere scosso. Ma non sempre ciò che vedrò mi piacerà...e probabilmente vorrei ricadere nell'ovattato sogno che facevo pocanzi.
Per carità, ciò che dice la Spinelli è essenzialmente giusto...ma pone il grosso problema della "forza della realtà" contro la "forza del sogno". La realtà potrebbe vincere solo "ai supplementari", dopo una guerra di logoramento. Ma, in questi tempi "del tutto e subito", siamo sicuri che ci sarà ancora un'Italia-dopo-il-sogno? E che Italia sarà?
Dopotutto, credo sia legittimo che gli scarsi investimenti nella cultura e nell'istruzione siano parte di un "piano" (lungi da me paventare ipotesi spionistiche, però), di una strategia volta a logorare, a consumare il lato critico (e, se vogliamo, morale) del pensiero degli italiani. Berlusconi è ormai il (sex) symbol di molti italiani a-critici (e in questo discorso non c'è la presunzione di verità che spesso si imputa alla sinistra o al pensiero libero). Berlusconi è, freudianamente, l'Ideale dell'Io italico. E come può un uomo battere il proprio Io Ideale, se quest'ultimo è sempre e comunque migliore?
P.S. In queste settimane, nelle quali divampava il caso Ruby, lo scandalo concussio-sessuale del premier...il mio blog è stato fermo causa preparazione esame di Storia Moderna. Ho ripreso i miei pensieri con la parte critica all'evento, conscio del fatto che siate già ben informati dell'accaduto.
Un caro saluto,
LM
PENSIERI DEL (DIS)IMPEGNO - Atto I
Alla sinistra che vorrei, alla Laterza che vorrei e all'Italia che vorrei servirebbe un pensiero, un'idealità capace di guardare oltre il 900 e i suoi schematismi ma che ne ricordi la storia e le strutture. La storia del 900 porta con sè conquiste e brutture.
Il ricordo, in questa fase, è fondamentale: non immobile ma dinamico. Dal ricordo delle conquiste si riparte, da quello delle brutture si ri-perde.
Andare oltre è un movimento del pensiero e del cuore. E' comunque un "moto a luogo". E' un viaggio del quale però si sa da dove si parte ma non si sa dove s'arriva. E' come fare un biglietto per l'Isola che-non-c'è.
Molte volte, addirittura, "si va oltre" andando verso un luogo che ancora non esiste. Ed allora il viaggio "che-dove-va-nessuno-sa" diventa un difficile viaggio nel "deserto del tempo" che è il futuro.
Dobbiamo ritornare all'emozione che una volte si provava pensando al futuro: la paura. Oggi si ha una terribile paura del presente. Un tempo il futuro spaventava perchè è l'unico luogo dove l'impossibile è possibile.
Il futuro, insomma, spaventava perchè era (potenzialmente) troppo bello. Occorre tornare ad avere paura della bellezza: perchè solo la bellezza (delle azioni e dei pensieri) salverà il mondo.
Il ricordo, in questa fase, è fondamentale: non immobile ma dinamico. Dal ricordo delle conquiste si riparte, da quello delle brutture si ri-perde.
Andare oltre è un movimento del pensiero e del cuore. E' comunque un "moto a luogo". E' un viaggio del quale però si sa da dove si parte ma non si sa dove s'arriva. E' come fare un biglietto per l'Isola che-non-c'è.
Molte volte, addirittura, "si va oltre" andando verso un luogo che ancora non esiste. Ed allora il viaggio "che-dove-va-nessuno-sa" diventa un difficile viaggio nel "deserto del tempo" che è il futuro.
Dobbiamo ritornare all'emozione che una volte si provava pensando al futuro: la paura. Oggi si ha una terribile paura del presente. Un tempo il futuro spaventava perchè è l'unico luogo dove l'impossibile è possibile.
Il futuro, insomma, spaventava perchè era (potenzialmente) troppo bello. Occorre tornare ad avere paura della bellezza: perchè solo la bellezza (delle azioni e dei pensieri) salverà il mondo.
sabato 16 ottobre 2010
IN INTERNET VERITAS
La ricordate la legge "Ammazza-blog" tanto agognata dal governo (ancora) in carica? Come no! Quella che avrebbe voluto limitare l'informazione anche sul web. Se davvero non la ricordate, vi suggerisco approfondimenti leggendo qui, quo e qua. E' una legge che, purtroppo, sta tornando. In parlamento e en plein air, in pubblico insomma.
I blog, e soprattutto i blogger, vengono dovunque accusati di diffamazione e chiunque ne vorrebbe la chiusura.
Mi (e vi) domando il perché di questa "persecuzione". Sarà che su internet gira e si fa sentire la vox populi che, seppure non è propriamente vox dei, comunque la si veda dice le cose come (più o meno) stanno...aggiungendo, ovviamente, l'ironia ed il sarcasmo che rendono le idee ancora più comprensibili.
E se a capo di questa "persecuzione" si ergono politici e politicanti di ogni "misura" ed estrazione (pseudo)parlamentare la cosa è ben più chiara: la politica, a volte, ha paura della verità. Perché la verità ti fa male, lo so...
Lo so che non ho sbagliato una volta e mai sbaglierò
(la verità ti fa male, lo so)
Non dovresti pensare a me
ma stare più attento a te
C'è già tanta gente che
ce la su con te, chi lo sa perché?
Caterina Caselli docet!
I blog, e soprattutto i blogger, vengono dovunque accusati di diffamazione e chiunque ne vorrebbe la chiusura.
Mi (e vi) domando il perché di questa "persecuzione". Sarà che su internet gira e si fa sentire la vox populi che, seppure non è propriamente vox dei, comunque la si veda dice le cose come (più o meno) stanno...aggiungendo, ovviamente, l'ironia ed il sarcasmo che rendono le idee ancora più comprensibili.
E se a capo di questa "persecuzione" si ergono politici e politicanti di ogni "misura" ed estrazione (pseudo)parlamentare la cosa è ben più chiara: la politica, a volte, ha paura della verità. Perché la verità ti fa male, lo so...
Lo so che non ho sbagliato una volta e mai sbaglierò
(la verità ti fa male, lo so)
Non dovresti pensare a me
ma stare più attento a te
C'è già tanta gente che
ce la su con te, chi lo sa perché?
Caterina Caselli docet!
lunedì 4 ottobre 2010
Il Manifesto dei cervelli in fuga (di Mauro Munafò, da L'espresso.it)
E' una classe dirigente in esilio. Giovani con laurea e master fuggiti dall'Italia per cercare un posto in cui essere valorizzati senza giochi di potere, parentopoli e raccomandazioni. Esperienze e storie che provano a riunirsi intorno a un Manifesto degli Espatriati, un agile documento di dieci punti che fotografa la situazione del Bel Paese tra ricambi generazionale mai avvenuti e welfare state inesistenti.
E' questa la provocazione lanciata da Sergio Nava e Claudia Cucchiarato, autori rispettivamente di "Fuga di talenti" e "Vivo Altrove", due libri che denunciano la situazione dell'emigrazione professionale dal nostro paese: la cosiddetta fuga dei cervelli. Il loro manifesto, appena lanciato, vuole "denunciare tutto ciò che in Italia non funziona – recita il testo - impedendo ai giovani di emergere: dai processi selettivi carenti alla gerontocrazia e raccomandazione imperanti, dal Welfare State inesistente per i giovani al ricambio generazionale mancato.
Il "Manifesto" mette nero su bianco le cause dell'espatrio di centinaia di migliaia di giovani italiani. Brillanti, ma senza gli "agganci" giusti". Un documento aperto alle firme di tutti quegli italiani emigrati che sperano un giorno di tornare, ma con un paese diverso da quello che hanno lasciato. "Dalle storie che abbiamo raccolto – spiega Sergio Nava, autore di "Fuga di talenti" - emergevano quasi sempre gli stessi motivi che costringevano i ragazzi alla fuga. Allora abbiamo deciso di lanciare questo manifesto per inviarlo alle autorità e far crescere la consapevolezza di questo fenomeno in corso".
Una corsa all'estero dei talenti più preparati, aggravata dall'incapacità del nostro paese di attirare i cervelli altrui. Secondo i dati di una ricerca della fondazione Debenedetti, su cento laureati nel nostro paese solo il 2,3% sono stranieri, mentre la media dei paesi Ocse è del 10,45%.
I laureati italiani che sono andati a lavorare in altri paesi Ocse sono quasi 400 mila, mentre solo 85 mila sono gli stranieri arrivati qui con laurea: un saldo negativo di oltre 300 mila cervelli. "Questo dato – spiega Nava – è ancora più preoccupante se si considera che la percentuale di laureati in Italia è molto bassa e quei pochi che abbiamo sono costretti ad andarsene".
Numeri completi sul fenomeno non ne esistono, e anche l'anagrafe degli italiani all'estero raccoglie solo una parte dei connazionali andati via. Anche per questo Repubblica.it e Claudia Cucchiarato hanno lanciato un censimento per radunare dei dati utili.
Le iniziative degli ultimi anni per il "contro esodo" di cervelli, promosse da Regioni e Governi, non hanno ottenuto grandi risultati. "Il problema – continua Nava – è che questi ponti creati dalle istituzioni con agevolazioni fiscali sono giusti, ma se dall'altra parte del ponte rimane il sistema italiano, allora perché tornare? Chi ha 35 anni è considerato un ragazzino, chi ha un curriculum internazionale finisce dietro a chi è stato sempre fedele a un sistema". Più che una semplice denuncia del fenomeno, che va avanti da più di dieci anni, il Manifesto degli Espatriati vuole però costruire una comunità e dargli una voce. "Chi va via dall'Italia finisce per tagliare i ponti con il mondo del lavoro italiano, in cui un curriculum vitae internazionale conta meno di un cognome. Se vai in un altro paese significa che non esisti più per l'Italia, e questo non è possibile".
Ecco allora che il Manifesto cerca di riunire la massa critica degli emigrati per farli "pesare" davvero e fare pressione contro la mentalità provinciale che domina nei piani alti nostrani. Il punto numero dieci del manifesto è, in questo senso, un piano di battaglia: "Noi giovani professionisti italiani espatriati intendiamo impegnarci, affinché l'Italia torni ad essere un "Paese per Giovani", meritocratico, moderno, innovatore. Affinché esca dalla sua condizione terzomondista, conservatrice e ipocrita. E torni ad essere a pieno titolo un Paese europeo e occidentale. Ascoltate la nostra voce".
E' questa la provocazione lanciata da Sergio Nava e Claudia Cucchiarato, autori rispettivamente di "Fuga di talenti" e "Vivo Altrove", due libri che denunciano la situazione dell'emigrazione professionale dal nostro paese: la cosiddetta fuga dei cervelli. Il loro manifesto, appena lanciato, vuole "denunciare tutto ciò che in Italia non funziona – recita il testo - impedendo ai giovani di emergere: dai processi selettivi carenti alla gerontocrazia e raccomandazione imperanti, dal Welfare State inesistente per i giovani al ricambio generazionale mancato.
Il "Manifesto" mette nero su bianco le cause dell'espatrio di centinaia di migliaia di giovani italiani. Brillanti, ma senza gli "agganci" giusti". Un documento aperto alle firme di tutti quegli italiani emigrati che sperano un giorno di tornare, ma con un paese diverso da quello che hanno lasciato. "Dalle storie che abbiamo raccolto – spiega Sergio Nava, autore di "Fuga di talenti" - emergevano quasi sempre gli stessi motivi che costringevano i ragazzi alla fuga. Allora abbiamo deciso di lanciare questo manifesto per inviarlo alle autorità e far crescere la consapevolezza di questo fenomeno in corso".
Una corsa all'estero dei talenti più preparati, aggravata dall'incapacità del nostro paese di attirare i cervelli altrui. Secondo i dati di una ricerca della fondazione Debenedetti, su cento laureati nel nostro paese solo il 2,3% sono stranieri, mentre la media dei paesi Ocse è del 10,45%.
I laureati italiani che sono andati a lavorare in altri paesi Ocse sono quasi 400 mila, mentre solo 85 mila sono gli stranieri arrivati qui con laurea: un saldo negativo di oltre 300 mila cervelli. "Questo dato – spiega Nava – è ancora più preoccupante se si considera che la percentuale di laureati in Italia è molto bassa e quei pochi che abbiamo sono costretti ad andarsene".
Numeri completi sul fenomeno non ne esistono, e anche l'anagrafe degli italiani all'estero raccoglie solo una parte dei connazionali andati via. Anche per questo Repubblica.it e Claudia Cucchiarato hanno lanciato un censimento per radunare dei dati utili.
Le iniziative degli ultimi anni per il "contro esodo" di cervelli, promosse da Regioni e Governi, non hanno ottenuto grandi risultati. "Il problema – continua Nava – è che questi ponti creati dalle istituzioni con agevolazioni fiscali sono giusti, ma se dall'altra parte del ponte rimane il sistema italiano, allora perché tornare? Chi ha 35 anni è considerato un ragazzino, chi ha un curriculum internazionale finisce dietro a chi è stato sempre fedele a un sistema". Più che una semplice denuncia del fenomeno, che va avanti da più di dieci anni, il Manifesto degli Espatriati vuole però costruire una comunità e dargli una voce. "Chi va via dall'Italia finisce per tagliare i ponti con il mondo del lavoro italiano, in cui un curriculum vitae internazionale conta meno di un cognome. Se vai in un altro paese significa che non esisti più per l'Italia, e questo non è possibile".
Ecco allora che il Manifesto cerca di riunire la massa critica degli emigrati per farli "pesare" davvero e fare pressione contro la mentalità provinciale che domina nei piani alti nostrani. Il punto numero dieci del manifesto è, in questo senso, un piano di battaglia: "Noi giovani professionisti italiani espatriati intendiamo impegnarci, affinché l'Italia torni ad essere un "Paese per Giovani", meritocratico, moderno, innovatore. Affinché esca dalla sua condizione terzomondista, conservatrice e ipocrita. E torni ad essere a pieno titolo un Paese europeo e occidentale. Ascoltate la nostra voce".
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